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Venerdì, 24 Apr 2026

capitalismo rosso 2Capitalismo rosso. Gli investimenti cinesi in Italia, di Andrea Goldstein. Prefazione di Fabrizio Pagani, Università Bocconi Editore, Milano, 2016, pp. 185, euro 17.

Recensione di Roberto Tomei

Una volta si diceva: “La Cina è vicina”. Ebbene, ora, più che vicina, l’abbiamo in casa, come documenta questo interessante e chiaro libro di Andrea Goldstein, un manager di lunga esperienza, maturata un po’ dovunque, dall’Ocse all’Onu, alla Banca Mondiale.

Il tema scelto si situa a cavallo tra quelli più ampi delle multinazionali, degli investimenti esteri in Italia e della Cina e l’autore lo tratta inquadrandolo, da un lato, nell’ambito della crescita delle multinazionali cinesi, dall’altro, nel quadro degli investimenti cinesi in Europa, fatti sia dai grandi nomi del capitalismo privato che dalle imprese pubbliche cinesi, nei prodotti o nei servizi, via acquisizione o per crescita organica.

Diversi capitoli del libro sono così dedicati agli investimenti cinesi nei piccoli e grandi paesi europei: Grecia, Islanda e Portogallo, insieme a Germania e Regno Unito, con una particolare attenzione al caso francese ma soprattutto all’Italia, di cui si esaminano, di volta in volta, casi specifici di intervento nei settori più disparati, come la moda, gli elettrodomestici, la meccanica strumentale, l’elettronica e, ovviamente, il calcio, sempre all’attenzione di tutti, visto il coinvolgimento di club blasonati e di primissimo ordine, come il Milan e l’Inter.

L’attrazione per il nostro paese, secondo l’autore, porta a escludere che gli investitori cinesi possano cambiare repentinamente idea e voltarci le spalle, dato che apprezzano sia il nostro gusto che le nostre competenze, ma ciò non significa che il boom di questi ultimi anni debba rivelarsi come un fenomeno costante, in quanto una stretta è sempre possibile, anche perché le autorità cinesi monitorano con grande attenzione la bilancia dei pagamenti e possono intervenire rapidamente.

Premesso che, a uno sguardo più attento e ravvicinato, rispetto a quelli americani, giapponesi o intra-europei, gli investimenti cinesi sono solo una parte modesta degli investimenti internazionali, anche se non per questo se ne può sminuire la portata, l’autore illustra con dovizia di informazioni e argomenti le due tesi che in materia si contendono il campo: da un lato, coloro che considerano la presenza cinese in Italia come un’evoluzione del capitalismo globale, e, dall’altro, coloro che vedono rosso ovunque, e questa presenza considerano come una manifestazione della crisi in cui il nostro paese si dibatte di fronte alle dinamiche della globalizzazione.

Conoscersi meglio fa sicuramente bene a entrambi i paesi. Alla Cina e a noi italiani, che non dobbiamo restare ancorati, conclude l’autore, “all’immagine del cinese che gestisce ristoranti o vende nei mercatini”, ma anche noi possiamo aiutarli e le nostre autorità, “in particolare nel 2017 durante la presidenza del G7, se riusciremo a favorire l’ulteriore integrazione della Cina nella governance dell’economia globale”.

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