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Giovedì, 23 Apr 2026

L’Italia è alle prese ormai da anni con un processo di calo demografico che non è esagerato chiamare spopolamento.

Forse le previsioni citate dalla rivista The Lancet – che ipotizza 30 milioni di abitanti in Italia nel 2100 – sono esagerate, ma il trend rimane ampiamente confermato anche se ci limitiamo a prendere in esame quelle contenute nell’ultimo Rapporto annuale Istat sul nostro paese: 53,8 milioni di abitati al 2065.

Il punto qui non è tanto ragionare sulle cause, che sono tante e profonde, molto più di quanto credano certi teorici del sussidio come rimedio ad ogni male. La questione è partire da questo trend, che non è un dato ma ci somiglia parecchio, e iniziare a pensare a come sarà l’Italia fra 50 anni, con più anziani che giovani. Compito della politica, senza dubbio. Avendocene una. Ma al quale può contribuire chiunque abbia a cuore questo paese. Meno di quelli che pensate, sicuramente.

Prima di lanciare un concorso di idee per l’Italia coi capelli bianchi e con sempre più spazio – una specie di ospizio a cielo aperto – è bene irrobustirsi con i dati che mostrano come tale esito sia semplicemente ineludibile. Inutile stare qui a pensare a rimedi: non si può fermare una slavina con le mani: la popolazione diminuirà. Per la semplice ragione che non solo le donne italiane fanno pochi figli – la speranza è che arrivino a 1,54 entro il 2065, a fronte dell’1,30 scarso di oggi – ma soprattutto perché, e questo è un fatto che non si può cambiare, diminuiscono costantemente le donne in età fertile. Una conseguenza di decenni di tassi di natalità sotto la soglia di sostituzione.

rapporto annuale istat 2020 tassi feconditc3a0

Chi contasse sul contributo dell’immigrazione, per invertire il trend, dovrebbe ricredersi. Primo perché il successo di certi partiti che fanno la faccia dura contro gli immigrati dovrebbe suscitare qualche domanda sulla nostra reale volontà di accoglierli. Secondo perché le proiezioni Istat incorporano già un contributo netto medio annuo di 165 mila immigrati “che riusciranno solo in parte ad arginare il declino demografico”. Peraltro, gli immigrati, una volta che diventino avvezzi alle nostre consuetudini, riducono anch’essi la natalità. Sarà colpa dell’aria o dell’acqua, chissà.

Poiché lo spopolamento è ineludibile, possiamo persino provare a immaginarne gli effetti sulla società. Da qui al 2065 il prezzo più alto lo pagherà la popolazione attiva, quella che dovrebbe lavorare, ossia compresa fra i 15 e i 64 anni che scenderà dall’attuale 64% al 55%, mentre gli under 15 diminuiranno di appena l’1%, portandosi dal 13 al 12%. Ciò implica che i nove punti persi dalla popolazione attiva e il punto perso dai più giovani si trasferirà nelle classi più attempate. Gli over 65, infatti, passeranno dal 23 al 33%. Più di uno su tre. Gente che vorrà una pensione e un’assistenza sanitaria.

Se agli over 65 sommiamo gli under 14, abbiamo che complessivamente il 45% della popolazione sarà dipendente dal 55% della popolazione attiva. Che sarebbe sostenibile se tutta la popolazione attiva lavorasse, e ovviamente così non è. Lo scenario più realistico, al contrario, è di una minoranza sempre più risicata di lavoratori – oggi sono circa 23 milioni su 60 milioni di abitanti – che dovrà occuparsi di una stragrande maggioranza di inoccupati.

Il nostro concorso di idee per l’Italia del 2065 possiamo farlo partire da qui.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

 

 

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