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Giovedì, 09 Lug 2026

Cresciuti a pane e debito, più debito che pane a dirla tutta, tendiamo a dimenticare che questa consuetudine ormai è diventata pandemica com’era naturale attendersi in un’economia globalizzata. Il debito procede dappertutto, proprio come internet e le multinazionali, con un andamento spavaldo che spaventa le (poche) persone accorte che non si lasciano irretire dai frutti del benessere, indovinandone la fragilità delle fondamenta. Così la Bis, nella sua ultima relazione annuale, dove ancora una volta ha sottolineato i limiti di questo modello di crescita basato sul debito che è sempre più difficile sostenere, persino con i tassi sottozero e le banche centrali in costante esibizione di generosità.

Questioni note, che ripetiamo solo come promemoria, ma che si tende a pensare riguardino solo noi, pochi fortunati nati dalla parte giusta della storia, oltre che della geografia. Dove abitano quelle che vengono chiamate “economie avanzate”. Ma non è così. I paesi emergenti ormai da tempo sono entrati a pieno titolo nel grande gioco della globalizzazione e lo hanno fatto innanzitutto imitando lo stile vita di quelli più ricchi. Anche qui, nessuna novità: è andata sempre così. Il risultato si può osservare nel grafico sotto.

 

Il debito estero in valuta straniera di questi paesi è andato crescendo di pari passo con la loro internazionalizzazione, costringendoli, per non ripetere i copioni già osservati nelle grandi crisi del debito dei paesi che una volta si chiamano in via di sviluppo, a dotarsi di corpose riserve valutarie (grafico sotto, pannello centrale) grazie alle quali le banche centrali hanno operato sul mercato dei cambi per stabilizzare il tasso di inflazione.

Ciò per dire che i paesi emergenti hanno imparato la lezione degli ultimi trent’anni, al punto di darne pure a noi “esperti”. Infischiandosene bellamente dei sacri testi che predicano cambi flessibili e target di inflazione da raggiungere attraverso la manovra dei tassi di interesse, le loro banche centrali intervengono ogni volta che gli serve sul mercato dei cambi. E così facendo si difendono dalle oscillazioni del dollaro, che denomina gran parte del loro commercio internazionale (grafico sotto, tabella di sinistra) – per tacere dei prestiti esteri – e quindi li espone a un costante rischio cambio che deve essere gestito, sempre per non ripetere copioni già visti.

 

Peraltro, vale la pena sottolineare come questa circostanza renda per lo più leggendaria la convinzione che basti svalutare per esportare di più. La configurazione della posizione estera di questi paesi potrebbe provocare, al contrario, una perdita netta sulle partite correnti in caso di svalutazione. Da qui la scelta dei target di inflazione che, indirettamente, significa equilibrio dei cambi, perseguito con ogni mezzo.

La lezione che possiamo trarre da questa vicenda è semplice: i paesi emergenti ormai cumulano oltre 2 trilioni di debito in valuta estera, pressoché raddoppiato in un decennio. Sono loro la prima linea delle tensioni finanziarie, passate, presenti e soprattutto future. Hanno imparto a farsi furbi, imbottendosi di riserve e usandole quando serve. Non vuol dire che sono fuori pericolo. Semplicemente lo sono quanto noi. E questo non è per nulla rassicurante.

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giornalista socioeconomico - Twitter @maitre_a_panZer

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