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Venerdì, 06 Mar 2026

Un emendamento (n.19.15) al Decreto-legge “Semplificazione”, in corso di conversione al Senato, a firma di 6 senatori della Lega, e votato dalla maggioranza con il parere favorevole del Governo, che, dopo dieci anni, va ad interpretare (meglio: stravolgere) il contenuto del comma 10, dell’art. 6 della legge 240/2010, ha provocato in queste ultime ore una dura presa di posizione da parte dei liberi professionisti italiani riuniti nel Cup (Comitato unitario permanente degli Ordini e Collegi professionali) e nella Rpt (Rete professioni tecniche).

Materia del contendere, la radicale modifica che – qualora tradotta in legge - verrebbe introdotta dal suddetto emendamento alla legislazione che da molti anni disciplina il rapporto lavorativo di docenti e ricercatori universitari, ai quali – solo in determinati casi è concessa la possibilità di svolgere incarichi extra istituzionali, siccome previsto dai commi 9, 10, 11 e 12, dell'art. 6 della suddetta legge 240/2010.

Con l’interpretazione "autentica" che il Senato, con il sì del Governo, si appresta ad effettuare in Aula, «ai professori ed ai ricercatori a tempo pieno è liberamente consentito, indipendentemente dalla retribuzione, lo svolgimento di attività extraistituzionali realizzate in favore di privati, enti pubblici ovvero per fini di giustizia, purché prestate, quand'anche in maniera continuativa, non in regime di lavoro subordinato e in mancanza di un'organizzazione di mezzi e di persone preordinata al loro svolgimento».

Per le associazioni dei liberi professionisti, “si tratta di una decisione sconcertante, che consentirebbe ai professori e ricercatori universitari di effettuare attività extra istituzionali senza alcun controllo da parte dell’Università di appartenenza e senza alcun limite di compenso. In palese contrasto con la normativa previgente che intende interpretare. Senza contare il fatto che si consente ad alcuni lavoratori di entrare nel mercato senza rispettare le regole e sottostare alle incombenze cui invece sono sottoposti i liberi professionisti ad esclusiva tutela della collettività”.

Cup e Rpt contestano, inoltre, il silenzio del Ministro dell’Università “sull’alto rischio” che la modifica legislativa “possa andare a scapito dell’attività di docenza, senza tenere conto della discriminante che determina tra docenti universitari a tempo pieno e a tempo definito e dell'aggravio di costi per lo Stato, perché la prima conseguenza di tale emendamento sarà che molti docenti a tempo definito passeranno a tempo pieno”, ed aggiungono che, “diversamente da quanto asserito, non si tratta di un provvedimento ad invarianza di costi per lo Stato”.

L’auspicio per le due associazioni è che “in extremis, il Parlamento possa tornare sui suoi passi”. Un auspicio che il nostro giornale, che in passato allo specifico argomento ha dedicato due articoli [12] si sente di condividere.

Un comportamento, quello della maggioranza di governo, che in tempi di crisi economica e di disoccupazione crescente lascia basiti. Da una parte, si chiedono all’Unione Europea le risorse del Recovery Fund per pagare la cassa integrazione e promuovere nuova occupazione e, dall’altra, si favoriscono - magari nella speranza di raccattare qualche voto nelle regioni tradizionalmente in mano alla sinistra e ora in bilico – chi un lavoro, e ben pagato, lo ha già e bene farebbe a dedicarvisi senza cercare ulteriori compensi extra.

Peraltro, allo stato è già possibile fare un secondo lavoro ma chiedendo di cambiare il proprio rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo definito. Come tutti i pubblici dipendenti, i quali – in primis ricercatori e tecnologi degli enti pubblici di ricerca – se passasse l’emendamento, si sentirebbero legittimati a richiedere il medesimo privilegio, che rappresenterebbe l’ennesima spinta per tanti giovani laureati a lasciare il paese, dove possono avere solo un futuro da disoccupati o da sfruttati.

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