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Domenica, 26 Apr 2026

Qualche settimana fa, su questo giornale, Maurizio Sgroi ha scritto un simpatico articolo in cui invitava i parlamentari neo eletti a conoscersi e fraternizzare tra loro, senza preoccuparsi più di tanto di dar vita a un governo, dato che, come insegnano le recenti esperienze spagnola e belga, anche senza governo le cose, alla fine, funzionano lo stesso, talora vanno anche meglio.

Si è trattato, evidentemente, di una provocazione bella e buona, ma, osservando quel che è accaduto durante le consultazioni al Quirinale e anche fuori (oggi gli hashtag valgono quanto e più di un comunicato di partito), il nostro bravo notista economico aveva già ben individuato le difficoltà delle forze politiche a far nascere un nuovo governo, tutte prese e comprese come sono non a cercare punti di contatto e di incontro nell’interesse del paese, ma ad alzare muri tra loro, che peraltro è difficile stabilire quando siano veri o solo di fumo.

Nonostante la materia elettorale sia stata al centro della riflessione politica degli ultimi trent’anni, ogni volta le nuove leggi elettorali, dal Mattarellum al Porcellum fino al Rosatellum, si sono rivelate un fallimento. Leggendo i risultati delle ultime elezioni, ancora una volta tutti o quasi si sono dichiarati vincitori, ma il dato su cui si è abilmente sorvolato, e che sta lì come un macigno, è quello dell’assenteismo, che ha ormai raggiunto l’astronomica cifra di ben 11 milioni e mezzo di mancati elettori. Il che, tradotto in soldoni, significa, da un lato, che i partiti tradizionali non riescono ad arginare la crisi di fiducia nel sistema, e, dall’altro, che nemmeno i nuovi, veri o presunti, populismi, ce la fanno a riportare alle urne i tanti, che a me paiono troppi, scontenti.

Che cosa vuole la “gente”? La risposta è fin troppo facile. Vuole a) scegliere il proprio rappresentante in Parlamento; b) che lo stesso appartenga al territorio (cioè vi risieda) che lo elegge; c) che la legge elettorale sia fatta in modo da assicurare la formazione di una maggioranza che dia vita a un governo.

Nel recentissimo passato “politico” del paese ci sono stati due eventi salienti e indimenticati: una importante sentenza della Corte Costituzionale in materia elettorale e un referendum promosso dal governo e bocciato dai cittadini. Non sembra che la nostra classe politica abbia fatto tesoro di queste esperienze, cosicché a tutt’oggi: 1) la legge elettorale non ha garantito l’esito di una maggioranza parlamentare in grado di formare un governo; 2) il Parlamento stesso è, in gran parte, costituito da nominati, che non hanno avuto la preferenza degli elettori ma sono stati imposti da partiti o movimenti che dir si voglia; 3) per la gran parte, senatori e deputati sono stati eletti da e in territori che non li conoscono ed essi conoscono ancora meno, dunque non si capisce come possano rappresentarne le esigenze.

Tutte cose note a tutti, che non faranno altro che aumentare l’assenteismo. Con l’occasione, visto che ci siamo, con un siffatto sistema elettorale che, ripetiamo, riempie il Parlamento di nominati e non di eletti dai cittadini, forse sarebbe il caso – qualora non si modificasse lo stesso sistema - di proporre una drastica riduzione, fino alla metà, del numero dei componenti di entrambe le Camere, finora, per quel che si è visto, inutilmente affollate. Una riforma facile a farsi, che non altera né la democrazia né la rappresentanza e che, tanto per restare dentro le problematiche che scandiscono le nostre cronache, ridimensionerebbe e non di poco anche la questione del peso dei vitalizi.

Visto che tutti sembrano invocare il cambiamento, quello sopra descritto sarebbe un cambiamento vero, di quelli che potrebbero sul serio riportare i cittadini alle urne.

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