Il 22 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Terra, divenuta un “rito” che non ha nulla a che vedere con la presa di coscienza di ciascuno.
Viviamo immersi in una infodemia permanente: guerre, crisi geopolitiche, tensioni economiche. tutto occupa spazio, tutto urla e nel rumore generale è sparita la questione più grande di tutte: quella del cambiamento climatico, che ha subito una riduzione di fatto delle notizie, addirittura del 47% (Fonte: Greenpeace), mentre la crisi si aggrava giorno dopo giorno. Un problema non affrontato seriamente, non superato, semplicemente rimosso.
Eppure, i numeri non sono cambiati, anzi sono peggiorati. Secondo IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C servirebbero riduzioni drastiche e immediate delle emissioni, non tra dieci anni ma adesso e, purtroppo, siamo fuori traiettoria e “abbiamo altro da fare”.
Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato a livello globale, con circa +1,45°C rispetto ai livelli preindustriali (Fonte: Copernicus Climate Change Service). Il 2024 e il 2025 hanno confermato la stessa tendenza e purtroppo non e più un’anomalia, ma un dato strutturale: la nuova normalità.
Mentre i dati parlano chiaro, il mondo gli volta le spalle. Negli Stati Uniti torna con forza una narrazione negazionista. Donald Trump ha più volte rimesso in discussione l’esistenza stessa del cambiamento climatico, riportando indietro il dibattito di anni, quando ha revocato, a febbraio scorso, la “endangerment finding”(constatazione di pericolo), norma chiave dell’era Obama, che riconosceva il cambiamento climatico come una minaccia per la salute umana e l’ambiente. Nel frattempo, l’Europa continua a produrre strategie, ma fatica a tradurle in scelte incisive.
Le grandi conferenze internazionali, le cosiddette COP (l’ultima, la n. 30, tenuta in Brasile nel novembre scorso), si sono progressivamente svuotate di efficacia. L’Accordo di Parigi, sottoscritto da 177 Paesi, ha sostituito il Protocollo di KYOTO, fissando un obiettivo chiaro: contenere l’aumento della temperatura entro 1,5° rispetto ai livelli preindustriali, per evitare conseguenze catastrofiche. Ma, anche in questo caso, si continua a segnare il passo.
E’ appena il caso di ricordare altresì che mancano meno di quattro anni al 2030, data prevista per il raggiungimento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contenuti nell’Agenda ONU 2030 e anche in questo caso siamo lontani dall’obietivo 13, legato al cambiamento climatico.
Infine, secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), con le politiche attuali il mondo è diretto verso un aumento della temperatura di circa 2,5–2,9°C entro la fine del secolo, e non vi sono segnali di presa d’atto di questa pericolosa e stridente asimmetria
Abbiamo trasformato la Giornata della Terra in una ricorrenza da calendario che dura da 56 anni, esattamente dal 22 aprile 1970.
Ma la verità è più scomoda e non ci sono alibi capaci di giustificare un atteggiamento quasi di presa d’atto dell’ineluttabile . Nonostante sappiamo cosa fare, prevale con forza la scelta del non fare, dando vita ad una sorta di Sidrome di Cassandra.
Eppure, una lezione esemplare ce l’abbiamo e non è né teoria né fake news: quando il mondo ha deciso davvero di intervenire, i risultati sono arrivati, come nel caso del buco nell’ozono, formatosi principalmente a causa del rilascio in atmosfera di sostanze chimiche sintetiche, in particolare dei clorofluorocarburi(CFC), utilizzati per decenni in spray, frigoriferi e condizionatori. scoperto formalmente il 16 maggio 1985.
Il buco nell’ozono sembrava una condanna irreversibile per l’Umanità, ma poi la consapevolezza è prevalsa e, con la firma del Protocollo di Montreal del l 16 settembre 1987, vietando l’uso dei CFC, si è posto un freno a una deriva che sembrava irreversibile.
Con accordi vincolanti e responsabilità condivise, si sono coinvolte le industrie, allineate le istituzioni, informati icittadini e avviata la grande sfida che ormai puo dichiararsi vinta.
Secondo NASA (National Aeronautics and Space Administration) e WMO (World Meteorological Organization), lo strato di ozono è in fase di recupero e potrebbe tornare ai livelli del 1980 entro il 2045/50.
Non ci credeva nessuno e invece è successo. Questo significa una cosa sola: la traccia esiste, ma serve la volontà, quella vera, per fare diventare l’utopia storia.
Se continuiamo a rimandare, non sarà un errore, sarà una scelta: quella dello struzzo che continua a solcare interminabili deserti di sabbia, così rendendo irreversibile il cambiamento climatico. E allora sì, potremo dire di aver commesso non un peccato veniale, ma uno mortale nei confronti dei nostri figli, perché fra quattro anni - cioè domani - saremo nel 2030, data entro la quale bisogna ridurre del 50% rispetto al 2010 le emissioni di CO2. E noi, quel domani, lo vedremo arrivare con tutto il suo peso addosso, forse senza aver fatto quello che doveva essere fatto. Cui prodest? Boh!
Vito Amendolara
Presidente Osservatorio
Dieta Mediterranea

