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Lunedì, 19 Gen 2026

Si inizia a fare la conta dei danni provocati dalla pandemia, peraltro ancora lungi dall’essere terminata, per cui vale la pena sfogliare un bel paper della Banca d’Italia che tratta di una vicenda annosa – la diseguaglianza dei redditi nel nostro paese – ma aggiornandola.

In sostanza, si propone di osservare come la pandemia abbia impattato su questa nostra caratteristica, in gran parte determinata dalla struttura del nostro mercato del lavoro, che a sua volta dipende in larga parte non solo dal nostro livello di istruzione, ma anche dalla conformazione del nostro settore produttivo.

Vale la pena fare questi conti perché il governo, proprio per frenare gli effetti devastanti della pandemia, e quindi assicurare un reddito a tutti quei lavoratori rimasti chiusi in casa nelle terribile primavera del 2020, ha dovuto aprire i rubinetti della spesa corrente, che secondo i calcoli della Commissione europea contenuti nelle previsioni di autunno ha quasi sfiorato gli 829 miliardi di euro l’anno scorso a fronte dei 748 del 2019.

Questa ottantina di miliardi è servita proprio a colmare l’abisso della disuguaglianza di redditi che la pandemia ha approfondito a un livello senza precedenti. Ma è chiaro che tale misura straordinaria è stata solo un tampone. I danni prodotti dalla pandemia, che ancora non smette di infierire su un tessuto economico sempre più indebolito, rischiano di mutare drasticamente, peggiorandolo, il divario fra i redditi, e poiché non è pensabile che il governo continui ad allargare i cordoni della borsa, è necessario capire che tipo di mondo ci attenderà alla fine della pandemia. E anche a questo serve il lavoro degli economisti della banca.

Per le loro analisi gli studiosi si sono serviti dei dati dell’ultimo quarto 2019, presenti nell’Italian Labour Force Survey (ILFS) che contiene le informazioni sul livello dei redditi, incrociandoli con altri strumenti statistici e ipotizzando alcune congetture. Quindi ha preso in esame le varie misure adottate dal governo.

Sulla base di queste premesse, il lavoro ha dedotto che il lockdown, come era facile immaginare, ha colpito più duramente le famiglie più povere, per le quali è più elevata la possibilità di essere impiegate nei settori non essenziali e che hanno meno possibilità di lavorare da casa. Non a caso, la quota di famiglie impiegate nei settori colpiti dal lockdown è più elevata nel primo quintile di reddito, quindi quello più basso.

 

Al contrario, le famiglie che hanno potuto lavorare da casa sono quelle che stanno nel quintile più alto.

 

Peggio è andata per i giovani con contratti temporanei, che hanno primeggiato nella triste classifica dei posti di lavoro perduti.

A fronte di questa situazione, Bankitalia ha stimato che, in assenza di interventi del governo, la disuguaglianza sarebbe aumentata significativamente, con l’indice di Gini a crescere del 4% nel primo semestre del 2020 dal 34,8% di fine 2019. Ciò principalmente a causa della perdita media di reddito che, in assenza di interventi del governo, avrebbe raggiunto il 17% per i lavoratori temporanei e autonomi.

Nel breve termine, gli incentivi hanno funzionato, “almeno parzialmente”, dice la Banca: l’abisso della disuguaglianza non si è allargato quanto avrebbe potuto. L’indice di Gini, infatti, si è stabilizzato al livello di fine 2019.

Questo non vuol dire che la situazione non possa peggiorare in futuro. “Rimane cruciale – sottolinea il paper – monitorare la capacità del mercato del lavoro di riassorbire i lavoratori”. Perché certo non è pensabile che il governo possa continuare a sussidiarli a lungo. E se si ricorda che alla complessità contribuisce anche il blocco dei licenziamenti, che prima o poi dovrà essere revocato, si capisce perché il nuovo premier abbia sottolineato l’importanza della politica economica dei prossimi mesi. Perché l’aumento della diseguaglianza, che tutti dicono di voler evitare, è proprio dietro l’angolo.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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