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Martedì, 21 Apr 2026

La questione energetica è a dir poco dirimente nel nostro secolo, come d’altronde è sempre stata anche assai prima che i cieli diventassero grigi per lo smog, per cui vale la pena concedersi la lettura di un bel paper diffuso da Bofit, dove si fa una pregevole sintesi dello stato dell’arte usando come punto di osservazione la Cina, per la semplice ragione che ormai da tempo il paese asiatico primeggia non solo per il consumo di energia, ma per le conseguenze naturali di tale primato: i livelli di emissioni inquinanti.

Detta semplicemente, qualunque analisi circa il futuro del clima non può prescindere da quella delle fonti energetiche e quindi dei mercati che vi soggiacciono, con tutte le implicazioni economiche e politiche che ormai siamo abituati a considerare.

Perciò la Cina. Piaccia o meno, l’epopea cinese è il fatto saliente della fine del secolo XX e di questo inizio di XXI, non a caso definito da molti come il secolo asiatico. Ormai da anni Pechino è diventato il Grande Consumatore di energia col quale il mondo deve fare i conti non solo perché questa Grande Fame ha chiari effetti sulla geoeconomia internazionale, ma perché la “digestione” cinese di queste risorse produce circa il 30% delle emissioni globali che tanto preoccupano gli ambientalisti.

Non c’è solo questo, ovviamente. La voracità cinese suscita – dovrebbe suscitare – qualche interrogativo anche fra noi benpensanti che viviamo nelle ricche terre d’Occidente, dove si guarda con preoccupazione ai 100 gigajoule di energia pro capite consumato dei cinesi nel 2019, a fronte della media di 76 del mondo.

Dimentichiamo però che i consumi cinesi impallidiscono di fronte a quelli europei – la Finlandia quota 200 GJ – e sembrano poca cosa di fronte a quelli Usa, che sfiorano i 300. Ciò per dire che l’Occidente preoccupato dai cinesi somiglia al medico che dimentica di curare se stesso. O che forse vorrebbe che la sua salute non fosse turbata dal desiderio di altri di somigliargli.

Oggi siamo nella situazione che mentre i consumi energetici lentamente declinano in Occidente, a metafora chissà quanto indovinata del declino di queste economie se non addirittura del loro ruolo nel mondo, in Cina la Fame non solo non diminuisce ma anzi aumenta. Non più intensamente come negli anni Dieci del XXI secolo, quando cresceva al ritmo del 10% l’anno, ma comunque sempre di un robusto 4% l’anno nel secondo decennio del secolo, col risultato di pesare oltre il 40% del consumo globale di energia registrato nel frattempo.

Per saziare la sua Fame, la Cina ancora oggi usa per un buon 60% il carbone, seguito per un 20% dal petrolio e, per il resto, da gas naturale (l’8%) ed energia idrica (8%). Le fonti rinnovabili, malgrado il notevole potenziale cinese, rimangono residuali. E poiché la produzione interna non basta certamente a soddisfare il Gargantua cinese, ecco che le importazioni diventano la variabile economica, e quindi necessariamente politica, che agita la complessa equazione dell’equilibrio socio-economico cinese. Ciò spiega i massicci investimenti esteri che reificano la ragnatela degli interessi cinesi nel mondo e animano narrazioni come quella delle Belt and Road initiative.

L’altra faccia delle medaglia è quella dell’impatto sull’ambiente. La Cina, aderendo all’accordo di Parigi, si è impegnata a ridurre del 60-65% il livello delle sue emissioni del 2005 entro i 2030, quando peraltro dovrebbe raggiungere il picco di emissioni derivanti dal carbone. E il presidente Xi, nel suo discorso all’Onu del settembre scorso, ha assicurato che la Cina arriverà alla neutralità delle emissioni da carbone entro il 2060, un tempo abbastanza lungo perché la promessa venga dimenticata.

Rimane il fatto che la Grande Fame è la causa dell’essere la Cina il Grande Inquinatore globale. Ma questo è anche conseguenza della circostanza che la stessa Cina produce molta roba utilizzata altrove – l’acciaio ad esempio – che è esattamente il contrario di quello che accade in Usa e nell’UE.

Queste ultime consumano di più e inquinano meno, perché la Cina, pur consumando meno, inquina di più. Fa il lavoro sporco. D’altronde, qualcuno deve pur farlo, per far girare la giostra.
(1/segue)

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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