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Lunedì, 19 Gen 2026

Le difficoltà del commercio internazionale non risparmiano certo l’Africa, scrive la Bis  (Bank for International Settlements) in un interessante bollettino (Navigating global headwinds: Africa’s trade landscape and growth opportunities), dedicato ai tormenti del continente in un’epoca di dazi e guerre.

La cattiva notizia, però ne contiene diverse buone, quantomeno se ci sforza di osservare il potenziale che l’Africa contiene e che ancora non riesce ad esprimere, probabile conseguenza della sua incapacità di essere qualcosa di più di un’espressione geografica. L’Africa è ricca, enorme, densamente popolata, e per di più da giovani. Eppure a quanto pare non esiste. 

O quantomeno non esiste abbastanza. Se osservate il grafico in alto a sinistra, noterete facilmente quanto sia indietro nell’esprimere un livello di commercio internazionale sul pil assimilabile al resto del mondo. Ma al tempo stesso si possono notare i notevoli progressi che il continente ha fatto rispetto solo a vent’anni fa.

La promessa africana, insomma, cerca di realizzarsi, ma con grande fatica. Nonostante questa crescita, l’intero continente, mettendo insieme import ed export arriva a stento ad esprimere circa il 3% del commercio globale, che si confronta, per fare un paragone, con il 40 per cento che si origina dall’Europa.

Cattiva notizia, perciò, che però ne contiene un’altra buona. Il livello delle tariffe africane, che rimane alto rispetto a quelle del resto del mondo (almeno prima di Trump) è diminuito nel tempo (grafico sopra a destra). E oggi l’Africa si è dimostrata meno attiva sul fronte delle restrizioni commerciali rispetto al altri paesi.

Il calo delle tariffe ha molto migliorato le relazioni commerciali fra i blocchi regionali che compongono il continente, ma è chiaro che l’Africa avrà un futuro commerciale in ragione diretta della sua capacità di rafforzare la propria coesione interna. Promuovendo, magari con successo, iniziative come quella dell’African Continental Free Trade Area. “Questa iniziativa – scrive la Banca – ha il potenziale di stimolare il commercio intra-africano eliminando dazi e altre barriere non tariffarie. In tal modo, l’AfCFTA potrebbe accelerare la diversificazione economica, rafforzare la resilienza esterna del continente e migliorarne le prospettive di crescita”.

L’esperienza suggerisce che la riduzione delle tariffe è un notevole attivatore degli investimenti, favorendo anche il coinvolgimento dei territori interessati nelle catene globali del valore. L’Africa lo ha sperimentato nel settore dell’automotive e dell’agribusiness, che hanno consentito a molti paesi di uscire dal tradizionale cono d’ombra che oscura le prospettive commerciali dell’Africa: quello che la relega nel poco profittevole ruolo di fornitrice di materie prime.

E’ proprio sulla diversificazione delle esportazioni che l’Africa si gioca la sua partita. La pesante eredità del passato, quando l’Africa era (ed è tuttora) preda, luogo di saccheggio, si confronta con un presente che ha tutte le carte in regola per un futuro molto diverso. Una popolazione giovane, che sta sperimentando una innovazione digitale diffusa, è una risorsa rara nel nostro mondo che invecchia fra i conflitti. Specie in un continente che è ricco di risorse non solo umane ma anche naturali e si trova al centro di tutte le rotte globali e dove – giova ricordarlo – “gli Stati Uniti non sono un partner commerciale importante, mentre l’Europa continua a svolgere un ruolo dominante e la Cina sta espandendo la sua quota di mercato”.

Se l’Europa avesse un cervello, oltre a un cuore, saprebbe bene dove indirizzare il proprio sguardo.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
coautore del libro “Il ritmo della libertà”
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