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Lunedì, 19 Gen 2026

La resistenza agli antibiotici è una delle più gravi emergenze sanitarie del nostro tempo, e bambine e bambini rappresentano la fascia più vulnerabile.

Un nuovo studio internazionale, pubblicato su The Lancet eClinicalMedicine e coordinato da Susanna Esposito, docente di Pediatria del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma, porta alla luce dati significativi: l’analisi di 80 linee guida pediatriche nazionali rivela progressi importanti nell’uso degli antibiotici di prima linea, ma lancia un forte allarme sull’impiego di molecole di seconda linea, troppo spesso scelte tra quelle ad alto rischio di generare resistenze.
 
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la resistenza antimicrobica è stata direttamente responsabile di 1,27 milioni di morti e ha contribuito a 4,59 milioni di decessi solo nel 2019; un decesso su cinque ha riguardato bambine e bambini sotto i cinque anni. Per invertire questa tendenza, l’OMS ha definito la classificazione AWaRe, che suddivide gli antibiotici in tre categorie (Access, Watch, Reserve) e mira a ottimizzarne l'uso per contrastare il fenomeno della resistenza. L’obiettivo è che entro il 2030 il 70% delle prescrizioni globali utilizzi antibiotici del gruppo Access, più efficaci e sicuri.
 
Lo studio coordinato dall’Università di Parma ha coinvolto ricercatori e ricercatrici di tutto il mondo e ha preso in esame dieci delle infezioni pediatriche più comuni trattate nelle cure primarie – dall’otite alla polmonite, dalle infezioni urinarie a quelle gastrointestinali – confrontando le raccomandazioni nazionali con il WHO AWaRe Book 2022.

I risultati mostrano che oltre il 70% delle raccomandazioni di prima linea è in linea con le indicazioni OMS e privilegia antibiotici Access come amoxicillina e penicillina. Le terapie di seconda linea risultano però eterogenee e ricorrono spesso a molecole Watch come cefalosporine e macrolidi, che dovrebbero essere riservate a usi mirati. A complicare il quadro, in diversi Stati mancano linee guida pediatriche complete e non sempre gli antibiotici raccomandati sono inclusi nelle liste nazionali dei farmaci essenziali, limitandone la reale disponibilità.
 
«Il nostro lavoro dimostra che a livello globale c’è un buon allineamento per le terapie di prima linea, ma ancora troppa eterogeneità per le seconde linee – dichiara la prof.ssa Esposito –. In molti Paesi si ricorre ancora ad antibiotici ad ampio spettro, che rischiano di accelerare la comparsa di resistenze. Se vogliamo raggiungere l’obiettivo ONU del 70% di utilizzo di antibiotici Access entro il 2030, servono linee guida più armonizzate, aggiornate e basate sulle evidenze, senza dimenticare le peculiarità locali».
 
Il messaggio che emerge da questo lavoro è chiaro: per contenere la resistenza antimicrobica non bastano progressi parziali, serve una strategia globale che punti a linee guida più omogenee, a un accesso più equo agli antibiotici essenziali, a una formazione costante di chi prescrive e a politiche più incisive di “stewardship antibiotica”, per un uso prudente, responsabile e ottimale degli antibiotici.

La pubblicazione su The Lancet eClinicalMedicine rappresenta un riconoscimento significativo per la ricerca italiana e in particolare per l’Università di Parma, che ha coordinato questo studio unico nel suo genere. L’iniziativa si inserisce inoltre nei progetti del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dell’Unione Europea – Next Generation EU, che mirano a promuovere un uso più appropriato degli antibiotici in pediatria e a rafforzare la lotta globale contro la resistenza antimicrobica.

 (Fonte: Università di Parma)

 

 

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