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Venerdì, 24 Apr 2026

7 minuti michele placido7 minuti, di Michele Placido, Cristiana Capotondi, Violante Placido, Ambra Angiolini, Ottavia Piccolo, Fiorella Mannoia, Maria Nazionale, Clémence Poésy, Sabine Timoteo, Anne Consigny, durata 88’, nelle sale dal 3 novembre 2016, distribuito da Koch Media.

Recensione di Luca Marchetti

Latina, per chi si limita agli stereotipi e ai luoghi comuni geografici, è considerata solo la roccaforte laziale della destra più nostalgica, l’ex Littoria di mussoliniana memoria, faro urbanistico della bonifica pontina. Eppure, sin dal primo dopo-guerra, la provincia latinense è stata terra di fabbriche e di operai, scenario di scioperi e di una lotta politica concreta e vitale. Basterebbe prendere la Pontina e arrivare a Borgo Hermada, da Antonio Pennacchi, scrittore-operaio Premio Strega per Canale Mussolini, per sentire dalla sua bocca i ricordi di decenni di dure battaglie sindacali. Michele Placido e il drammaturgo Stefano Massini hanno, dunque, un’intuizione geniale nel trasportare un noto fatto di cronaca accaduto in una fabbrica francese nel cuore della terra pontina.

Massini, allievo di Luca Ronconi, è diventato celebre grazie al successo della sua monumentale pièce Lehman Trilogy, epopea della famiglia fondatrice della nota società finanziaria fallita nel 2008. L’autore fiorentino è sempre stato uno scrittore attento alla realtà che lo circonda e la sua visione è il filtro perfetto per il tentativo realista di Michele Placido. 7 minuti, come in una versione femminile/proletaria de La parola ai giurati, vede 11 operaie di una fabbrica tessile, diverse per etnia, ideologia e carattere, ritrovarsi in una stanza per discutere, come rappresentanti di tutte le dipendenti, di un accordo con i nuovi proprietari francesi.

Dal punto di vista narrativo, il film è quasi perfetto. I testi di Massini, esposti in appassionati monologhi regalati a tutte le protagoniste, sono emotivamente trascinanti, mentre il meccanismo del racconto, che lentamente svela i termini del contratto e le varie posizioni/motivazioni delle donne, ha la forza di mantenere sempre altissima l’attenzione del pubblico. E’ chiaro che l’ascendenza teatrale del testo, la sua fluidità conquistata da mesi di repliche, permette a 7 minuti di essere un’opera, sin dalle prime scene, capace di muoversi quasi in automatico. Purtroppo nel passaggio dal palco al grande schermo, con lo stravolgimento del cast originale (per dare spazio a nomi produttivamente più accattivanti) qualcosa è cambiato.

Nelle prove di tutte le attrici protagoniste (dove spicca l’interpretazione sofferta da eroina civile di Ottavia Piccolo, l’Henry Fonda di questa giuria di fabbrica) abbiamo un importante dislivello. Non parliamo di livello qualitativo della recitazione (tutte le attrici mettono tutte loro stesse e i risultati si vedono) ma c’è una fortissima disomogeneità di credibilità. Se Ambra Angiolini, Violante Placido e Cristiana Capotondi regalano delle prove ineccepibili ma tremendamente di mestiere, le “non professioniste” Maria Nazionale e Fiorella Mannoia o le straniere Sabine Timoteo e Balkissa Maiga arrivano ad un tale livello di profondità da confondersi con il proprio ruolo.

Forse è proprio attraverso l’analisi della differenza di verosimiglianza tra il lavoro delle attrici che si nota, finalmente, il limite insormontabile del nostro cinema civile. 7 minuti, infatti, al di là dei suoi (pochi) demeriti e dei suoi pregi, paga una sorta di difetto di credibilità. Come le buone e sincere pellicole di Daniele Vicari, di Daniele Luchetti o degli altri registi impegnati a raccontare le semplici tragedie quotidiane delle periferie e dei nuovi poveri che le popolano, il film di Placido nell’usare volti famosi e riconoscibili (e quindi nell'accettare il compromesso narrativo della “trasposizione cinematografica”) non ha la forza di essere sempre empaticamente coinvolgente, non mantenendo le premesse coraggiose del testo di Massini.

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