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Venerdì, 24 Apr 2026

La bellezza di esistere di Elido Fazi, editore Fazi, Roma, 2016, pp.188, euro 18.

Recensione di Roberto Tomei

Mescolando prosa e poesia, l’autore-protagonista, prendendo spunto dal tentativo di analizzare un travagliato periodo della sua vita, tanto problematico sul piano familiare quanto, in fin dei conti, fortunato su quello lavorativo, finisce per ripercorrere l’intera sua esistenza.

Tanti i luoghi ricordati nel libro, dall’Europa all’America, passando per l’Africa e, naturalmente, l’Italia. Lì il Madagascar, qui Roma, ma soprattutto il paese in cui l’autore stesso è nato, Quinto Decimo, frazione di Acquasanta Terme, comune dei Monti Sibillini in provincia di Ascoli Piceno, noto a tutti quelli che percorrono la via Salaria. Con questa differenza: sulle spiagge del paese africano, l’autore è solo con i suoi pensieri, sulle montagne dell’ascolano è in compagnia della sua famiglia, nonché degli amici e compagni di scuola. Ma i luoghi servono solo da sfondo per interrogare e interrogarsi sulla propria vita, un esercizio che l’autore compie sempre attraverso la mediazione della poesia, in particolare quella di John Keats, il poeta che gli è più caro, che lo accompagna dovunque e al quale ha già dedicato un altro libro (Bright Star, del 2010).

A causa del suo lavoro, l’autore ha viaggiato molto, da una parte all’altra del globo, ma tutto lo riporta sempre a casa, nel paesino delle Marche, dal quale ha tratto l’ispirazione per una scrittura tanto piena di malinconia quanto ricca di slanci vitali, testimonianza di una vita “mai piano sentiero” eppur sempre percorsa con coraggio, come quando decide di lasciare il posto nell’ente pubblico, e determinazione, come quando fonda la casa editrice che porta il suo nome, la scelta con la quale ha forse finalmente soddisfatto il suo cuore.

Sta appunto qui la “bellezza” che dà il titolo al libro, nel donare a noi stessi il nostro cuore, considerando l’esistenza come una grazia del Signore, secondo l’insegnamento che ci è stato trasmesso ma che abbiamo troppo sbrigativamente dimenticato.

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