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Venerdì, 06 Mar 2026

Grazie all’ultima fatica di Franco Cassano (Senza il vento della storia, Laterza, 2014), si ha la possibilità di prendere consapevolezza di due “circostanze”, che finora non tutti possono aver messo bene a fuoco, ossia che 1) i diritti costano e, quindi, non basta la volontà politica di riconoscerli, ma ci vogliono anche risorse sufficienti per dispensarli; 2) non solo i diritti non si sommano o sono fungibili, ma possono entrare in conflitto tra loro, imponendo ai governanti di fare scelte tutt’altro che semplici e facili.

Nel secolo scorso, che Dahrendorf  ribattezzò il “secolo socialdemocratico”, molti ebbero la fortuna di vivere durante i cosiddetti “trenta gloriosi”, vale a dire nel periodo compreso tra la fine del secondo conflitto mondiale (1945) e la prima crisi petrolifera (1973), epoca nella quale l’occidente industrializzato conobbe una crescita spettacolare e senza precedenti.

In quel periodo, passato alla storia per il virtuoso compromesso tra capitalismo e democrazia, alti tassi di sviluppo ed espansione dello stato sociale permisero il consolidarsi di diritti e garanzie.

Nel corso degli anni Ottanta, quel compromesso venne revocato perché, determinando un “sovraccarico” di pressioni del sistema politico sul sistema produttivo, aveva provocato il rallentamento del tasso di sviluppo di tutti i paesi. A cambiare paradigma, ispirati dalla Trilateral Commission, ci pensarono Thatcher e Reagan, con riforme che traducevano queste linee: “rovesciamento del rapporto tra politica ed economia, drastico ridimensionamento del ruolo e della presenza dello stato, riduzione del debito pubblico, liberazione dell’impresa dai vincoli sociali, lotta all’egualitarismo e ritorno a forme estese di flessibilità della forza-lavoro per aumentare la competitività del sistema, ecc.”

Il resto è storia recente, di globalizzazione e trionfo del capitalismo finanziario, di progressivo smantellamento delle precedenti conquiste dei lavoratori, visto che le riforme  procedono in direzione contraria rispetto a quella delle vecchie, e il loro cuore è il ridimensionamento dei diritti conquistati. A organizzare una controffensiva si incontrano grosse difficoltà, dato che la prospettiva dei diritti, tutta rinchiusa nell’ordinamento statuale, fa fatica a seguire l’avversario, il capitale finanziario, che invece non conosce confini. E’ evidente che, se non si producono le risorse necessarie, diventa difficile tutelare il complesso dei diritti; in primis il diritto al lavoro se non si possiede la capacità di creare lavoro, così come sempre risorse occorrono per poterlo sostituire con forme di reddito garantito.

Questo quadro, di per sé poco incoraggiante, è andato già da tempo - e qui entriamo nel secondo punto indicato in apertura - complicandosi con l’irrompere di nuovi diritti che si pongono in conflitto con quelli tradizionalmente tutelati dalla cittadinanza e dal diritto al lavoro, fortemente legati all’espansione produttiva.

Per “nuovi diritti”, anche se hanno cominciato ad affermarsi già verso la fine degli anni Settanta, si intendono tutti quelli legati alla salvaguardia dell’ambiente, che non solo confliggono con quelli tradizionali, riclassificando le priorità, ma creano divisioni tra i gruppi sociali o segmenti di essi, a seconda della prevalenza accordata all’uno o all’altro diritto: tutelare l’ambiente può colpire l’occupazione e viceversa.

Un altro, più recente, campo di tensioni è legato al diritto all’accoglienza degli immigrati,”che può entrare in conflitto con la percezione della sicurezza, in particolare da parte di quegli strati popolari che avvertono i nuovi arrivati come un pericolo per i propri diritti acquisiti, da quello al lavoro a quello alla sicurezza”. E gli esempi potrebbero continuare.

Il mondo dei diritti si presenta, dunque, come un universo in continuo movimento, “nel quale i differenziali di tutela possono diventare molto alti, favorendo processi di emarginazione e l’accumulo di tensioni”, che spetta alla classe politica scongiurare.

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