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Venerdì, 06 Mar 2026

Un’opinione diffusa e tuttora dominante, frutto di un’elaborazione teorica iniziata nel XVI secolo, ha progressivamente radicato la convinzione che senza proprietà non c’è libertà, legando così indissolubilmente l’una all’altra.

In un volume da poco uscito per i tipi di Laterza (Senza proprietà non c’è libertà. Falso!), Ugo Mattei si è incaricato di provare a rompere questo legame, svelandone il reale sostrato essenzialmente ideologico, fino a mostrare che la proprietà “lungi dall’essere guardiana di ogni altro diritto” è invece “istituzione carnefice della libertà stessa e insieme dell’emancipazione, della solidarietà e della cittadinanza”.

Un approccio, questo, che realizza un salto di qualità anche rispetto agli orientamenti più critici, rimasti finora circoscritti soltanto alla messa in discussione della destinazione d’uso della proprietà pubblica, senza mai mettere in dubbio il valore di quella privata.

La tesi di fondo è che, in barba alle declinazioni costituzionali secondo le quali la sovranità appartiene al popolo, vera sovrana è invece la proprietà privata, trasformata in proprietà privante. Essa non solo domina lo stato ma ripropone con successo diseguaglianze e rappresentanza di censo, per di più col consenso del piccolo borghese (=consumatore), oggi come ieri convinto assertore dell’idea che non c’è libertà senza proprietà e come sempre terrorizzato dalla paura di dover condividere spazi con chi non conosce.

E’ stato paradossalmente il processo di accumulazione ad aver convinto chi è schiavo dei suoi beni di essere libero e addirittura chi è escluso dal possesso dei beni di essere incluso grazie al suffragio esteso a tutti.

Ma le condizioni che permettono l’accumulazione - sottolinea Mattei - sono le stesse che sono alla base dello spossessamento, stante che la proprietà privata, lungi dal garantire la libertà, produce in realtà dipendenza dal sistema privante, che il proprietario difende come cosa propria in quanto si illude di esserne parte.

La dinamica che rende il proprietario non libero è simile a quella del debito, in quanto egli può ipotecare la sua casa ma ciò determina di frequente il trasferimento forzato della proprietà dal povero al ricco, mentre va anche ricordato che la proprietà obbliga, data l’impossibilità di utilizzare in modo legale il rimedio estremo della derelictio, la cui liceità in materia immobiliare è quantomeno dubbia. Pensiamo a quelle proprietà immobiliari accumulate dalle famiglie nel corso del tempo che, con l’aumento della tassazione, si sono trasformate in ganasce fiscali nelle mani dello Stato, sempre più estrattivo e sempre meno sociale.

Da qui la necessità, secondo Mattei, di un ripensamento istituzionale profondo che, partendo dalle pratiche, “risalga ad una visione teorica e sappia in tal modo ricostruire istituzioni proprietarie generative e non estrattive”. Dove per generativa deve intendersi che la nuova proprietà deve avere ”nel suo Dna l’ecologia, la sostenibilità, la riconversione di un sistema sociale ormai al collasso”.

Come si intuisce, un’impresa non da poco ma che forse vale la pena di tentare.

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