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Giovedì, 05 Mar 2026

di Luca Marchetti

In occasione della sua imminente uscita nelle sale italiane (dal 19 settembre, durata 93’, distribuito dalla Officine OBU), troviamo doveroso tornare a parlare di Sacro GRA, il fresco vincitore dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Il film di Gianfranco Rosi, stimato regista di piccole perle nascoste come l’angosciante El sicario e Below Sea Level, è stato velocemente liquidato dalla (miope) stampa italiana come un insolito documentario, un film interessante arrivato alla vittoria però solo per gli irriverenti capricci di Bernardo Bertolucci (presidente della giuria veneziana), desideroso di shockare ancora una volta.

La maggior parte della critica togata, dall’alto delle pagine culturali dei grandi quotidiani, forse, non è riuscita a capire che Sacro GRA, non solo è un momento di Cinema unico e irripetibile, ma è soprattutto il più coraggioso e commovente ritratto della nostra società fatto da almeno venti anni a questa parte.

Etichettare l’opera di Rosi come un “normale” documentario di denuncia, prima di essere uno sbaglio madornale è un insulto del tutto gratuito.  Il regista, infatti, non punta il dito, non ci rifila, magari con qualche effetto emotivo di bassa lega, l’ennesima morale stanca sul degrado delle periferie. Rosi, dopo averlo percorso ogni santo giorno per tre anni, ama visceralmente il suo raccordo anulare, chilometro per chilometro, uscita per uscita.

Nel suo film, gli ossessivi metri circolari del GRA non sono le moderne mura aureliane che proteggono la capitale dell’impero dai barbari, dal deserto dei tartari (come non ricordare gli slogan dell’ex sindaco Alemanno che voleva esiliare gli zingari “fuori dal raccordo”), piuttosto sono le rive di un immenso oceano di vita.

Esclusi dalla mortifera opulenza bizantina della grande città (la stessa raccontata nel decadente La grande bellezza di Sorrentino), i luoghi scoperti da Rosi non sono cartoline bucoliche e idealizzate ma delle oasi dove, pur attraverso il dolore, la fatica e la morte (le scene ambientate nel cimitero lasciano senza fiato), si respira sempre un’enorme umanità.

Gli assurdi protagonisti del film sono guerrieri umili che, combattendo stoicamente ogni giorno la propria personale guerra (la pesca dell’anguilla, la disinfestazione delle palme, i turni sulle ambulanze etc.), dimostrano che niente è ancora perduto.

Saltando schizofrenicamente da un personaggio all’altro e rifuggendo dai luoghi comuni e dalle icone (quel cuppolone è in lontananza e non si vede mai),  Rosi mette a frutto tutto il suo immenso talento visivo e distrugge la struttura rigida del “documentario su Roma”.

Il risultato è un qualcosa che va oltre i confini realtà/finzione, un salvifico (ma non consolatorio) ritratto romantico di una città e di una nazione non ancora spacciate. Sacro GRA, però, non vive solo dell’immenso amore del suo regista. Nel film c’è, infatti, anche l’anima del compianto Renato Nicolini, il padre spirituale del progetto,  l’indimenticato amico di Roma dalle cui suggestioni tutto è partito. E’ proprio attraverso i battiti del suo cuore che Sacro GRA trascende dai suoi categorici novanta minuti di durata e ci convince che, per tutti noi, ci siano ancora tante infinite possibilità di futuro.

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