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Venerdì, 06 Mar 2026

Forza senza legittimità, di Piero Ignazi, editore Laterza, Bari, 2012, pp. 138, euro 14,00

Recensione di Roberto Tomei

In un contesto, come quello occidentale, che sin dall'antica Grecia ha sempre ricercato la composizione dei contrari, identificando nell'unità armoniosa il fondamento del vivere comune, il partito (dal latino partire, che significa dividere), in quanto espressione di una sola parte, non ha mai goduto di buona fama.

Lunga e tortuosa è stata perciò la strada che i partiti hanno dovuto percorrere per trovare un riconoscimento vasto e senza contrasti.

La piena conquista della legittimità è avvenuta, si può dire, soltanto di recente, sul finire dell'Ottocento, culminando poi con la definitiva consacrazione nelle costituzioni (nella nostra, nell'art.49).

L'età dell'oro dei partiti è stata senza dubbio il Novecento, in particolare i due decenni postbellici , quando - spiega l'autore - essi raggiungono "il vertice della loro forza e legittimità".

E' in questo periodo che, nella mentalità collettiva, democrazia coincide con politica multipartitica, tanto che perfino nell'Europa dell'Est i partiti comunisti consentono il permanere di partiti ancillari.

La trasformazione avviene negli anni Sessanta, quando il modello del partito di massa viene sostituito dal partito "pigliatutto", che tuttavia gode ancora di credito presso l'opinione pubblica, nel senso che questa continua a delegare interamente ai partiti la sua rappresentanza, pur lamentandone la progressiva perdita di passione ideologica.

Un ulteriore passaggio si registra a partire dagli anni Ottanta e continua a svilupparsi con moto accelerato.

I partiti tendono ora a instaurare un rapporto simbiotico con lo Stato, di cui diventano parassiti: da un lato, lasciano deperire il rapporto col territorio, spostando risorse e attenzione al centro (sia  "quartieri generali" che assemblee elettive); dal'altro, adottano un atteggiamento clientelare e colonizzatore nei confronti della società, a sua volta trasformatasi, indebolendo così la capacità dei partiti di farsi portavoce delle istanze delle categorie.

Rinchiusi nella loro cittadella, i partiti hanno pensato bene di "rivolgersi" allo stato, ottenendo un generoso finanziamento pubblico, grazie al quale sopravvivere e, soprattutto, disporre di risorse per affrontare le elezioni.

Organizzazioni ormai piene di rughe, si appalesano sempre più incapaci di suscitare adesioni  entusiastiche e disinteressate, mentre la loro debole legittimità "si ribalta sulla rappresentanza", dando spazio a una delega diretta e individuale, "affidata a un capo, un leader, un duce", il bonapartismo presentandosi ora nelle vesti del populismo, vera anima del sentimento antipartitico.

Con Annibale alle porte, sembra proprio che ora si voglia tentare di fare marcia indietro, riducendo il finanziamento pubblico. Se accadrà veramente, sicuramente i partiti ne guadagneranno in legittimità. (Roberto Tomei).

 

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