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Martedì, 21 Apr 2026

Sarà la mia mia vecchia cifra culturale comunista italiana e antifascista, ma all'Ottantesimo della Liberazione e del 25 aprile non riesco a pensare se non in termini politici e storici in mezzo a un mare di falsificazioni becere, quelle della destra post fascista, ma anche raffinate, quelle di alcuni paludati maître à penser dell'establishment.

Non perché sia indifferente al sacrificio di tanti resistenti, donne e uomini, partigiane e partigiani, combattenti e non, anzi proprio perché la loro lotta e il loro sacrificio sarebbero stati quasi disconosciuti e resi inutili se quella stagione non fosse stata guidata da un'intelligenza politica: quella del Pci e, in particolare, di Togliatti. Con tutto il rispetto per tutte le altre ispirazioni culturali e forze politiche antifasciste.

Fu grazie a quella politica, che si dipanò da Salerno in poi dopo l'arrivo di Togliatti, se la Resistenza divenne Guerra di Liberazione nazionale, insurrezione nazionale e di popolo guidata da tutto il Cln Alta Italia. Se a stento furono guadagnate la Repubblica e la Costituzione mentre già spiravano i venti della "Guerra fredda".

In altre parole, è grazie a quella politica che il moto nazionale e popolare divenne Rivoluzione democratica con un nuovo ruolo delle classi popolari, pur tra compromessi che ne segnarono i limiti oltre i quali non fu possibile andare, vista la collocazione geo politica dell'Italia nella sfera angloamericana e lo stesso spessore conservatore della società italiana.

Come si ricorderà il leader socialista Nenni, che non fu particolarmente contento della "Bomba Ercoli" e della "svolta di Salerno", ebbe a riconoscere che Togliatti "era l'unico veggente in un regno di ciechi". Ma non perché Togliatti aveva poteri arcani ma semplicemente perché, venendo da Mosca, ebbe sempre precisi i limiti in cui ai comunisti s'imponeva di fare politica.

L'alternativa a quell'intelligenza politica non mancò certo, e fu il disastro cui andò incontro la resistenza in Grecia. Cosa che i comunisti italiani cercarono, riuscendovi, di evitare in tutti i modi.

Se c'è una lezione da trarre da quella vicenda storica valida per la sgarrupata sinistra progressista di oggi che ha di fronte per sua insipienza i post fascisti al governo, è che quella politica dei comunisti fu popolare, unitaria e nazionale ma senza ingenuità. In una parola tricolore nelle finalità impugnate da un partito "rosso" fino alle midolla che rappresentava masse popolari che volevano un forte riscatto sociale. Unire questa sacrosanta aspirazione a quella nazionale fu il capolavoro di quella politica unitaria.

Come è noto, Togliatti si impegnò al massimo nel dibattito e nella redazione della Costituzione e a chi all’epoca faceva osservare che non era possibile assicurare subito a tutti i diritti sociali previsti, date le condizioni disastrose del paese, rispose con i versi di Dante: occorre fare "come quei che va di notte, / che porta il lume dietro e a sé non giova, / ma dopo sé fa le persone dotte".

Lo testimoniò Calamandrei nel suo intervento del 4 marzo alla Costituente dicendo che quei versi lo avevano convinto.

Nel 1955, Piero Calamandrei parlando agli studenti di Milano disse loro: "Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione".

No, all'epoca non si era finiti come in Grecia.

Aldo Pirone
scrittore e editorialista
facebook.com/aldo.pirone.7
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