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Giovedì, 05 Mar 2026

referendumSi sa che le parole sono pietre. Occorre, dunque, maneggiarle con cura, senza respingerle ma anche senza troppo facili adesioni, vagliandone con attenzione contenuto e limiti. Mi riferisco qui al termine “riforma”, che il governo Renzi sta facendo passare come sinonimo di revisione costituzionale. Questa è diventata così una riforma, anzi “la riforma”, vocabolo tradizionalmente connotato da un significato positivo, poiché la legge che riforma è una legge volta a dare una forma nuova a un’altra che c’era già ma andava migliorata. Accettando la parola, se “la riforma” non ci piace, come a tanti non piace, finiamo per essere, anzi senz’altro siamo, contro la riforma: passatisti e/o conservatori.

Qui un caveat s’impone. Anche a me, il termine riforma piaceva molto, ma tempo fa ho scritto che non mi sento più riformista, perché ho scoperto che ormai riformare non vuol dire migliorare, ma semplicemente “cambiare”. I riformatori in circolazione non si agitano per migliorare ma in nome del cambiamento tout court. Un cambiamento che da qualche anno a questa parte ci fa stare peggio di prima. Così avverrebbe, se passasse, anche con questa revisione costituzionale (da considerare come un tutt’uno con l’Italicum, la legge elettorale entrata in vigore a luglio), che di fatto è una deformazione costituzionale, una vera e propria controriforma, che non risolve un bel niente, in quanto prospetta soluzioni senza affrontare i problemi reali.

Quali sono questi problemi? Sono, in estrema sintesi, il ruolo del Parlamento e la questione della rappresentanza. E’ il Parlamento che deve essere oggi rafforzato, non il Governo, laddove “la riforma” procede in senso inverso, poiché rafforza l’esecutivo e continua a comprimere i poteri del legislativo. Non c’è dubbio, infatti, che ormai da tempo l’autonomia del Parlamento è stata mortificata dall’invadenza dei governi, che procedono a ogni piè sospinto con richieste di fiducia, intervengono con maxiemendamenti e legiferano a colpi di decreti di dubbia urgenza, per non parlare dei tempi contingentati degli interventi, che impediscono il confronto, sicché appare quanto meno necessario, con una semplice riscrittura dei regolamenti parlamentari, dare uno statuto di garanzia alle opposizioni e restituire centralità alle Commissioni, come luogo di approfondimento e discussione, rispetto all’Aula, frequente sede di divisioni se non di spettacolari risse.

A questi problemi il “revisore” non dà risposte, come non ne dà sul problema della rappresentanza. Come ci ricorda Gaetano Azzariti, mentre la politica si è avvitata in una progressiva autoreferenzialità, i corpi intermedi sono in coma profondo, i partiti dormienti e gli spazi politici chiusi, la nuova legge elettorale ha completato l’opera. In un contesto in cui il legame coi rappresentati si è andato sempre più allentando, infatti, l’Italicum ha inferto il colpo di grazia al rapporto tra elettori ed eletti. I primi ancora votano (per il Senato non più) ma a decidere coloro che li rappresenteranno alla Camera sono le segreterie dei partiti. E’ il Parlamento dei “nominati”, dove sarà impossibile trovare spiriti liberi.

Sono gli esiti della semplificazione. Il governo ne è così innamorato che non si preoccupa nemmeno di spiegare ai cittadini che “la riforma” cambia ben 47 (leggesi 47) articoli della Costituzione. Basta accendere il televisore per rendersi conto che tanti, ma proprio tanti, italiani non sanno per cosa votano. Forse un opuscolo chiarificatore da inviare alle famiglie potrebbe essere una buona iniziativa. Semplificato non liofilizzato, come il quesito referendario. Per intenderci, si dovrebbero soltanto mettere a confronto gli articoli della Costituzione vigente con quelli della Costituzione riformata. Nient’altro che un atto dovuto.

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