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Giovedì, 05 Mar 2026

altIn un mio precedente intervento sul Foglietto dell’11 novembre 2014 "Internazionalizzazione e mercato dei cervelli", rimarcavo come la fuga dei cervelli dall’Italia, di cui tanto si parla, sia un falso problema, in quanto il nostro Paese dovrebbe viceversa dar vita ad un sistema ricerca/formazione al passo con i Paesi di punta, creando le condizioni per un “mercato” dei cervelli, in entrata e in uscita, di modo che i migliori vengano a lavorare nel nostro Paese, per produrre innovazione tecnologica, e quindi ricchezza per il Paese.

Questa esigenza si fa sempre più stringente in considerazione dell'incremento della vita media in Italia (che insieme al Giappone è la nazione con più anziani del mondo), accompagnato da una notevole decrescita della natalità (8,8 neonati ogni 1000 abitanti), con l'aggravante poi della perdita dei migliori giovani che trovano patria per i propri meriti fuori dai confini nazionali.

Proseguendo su questo trend l'Italia nel 2050 perderà circa 10 milioni di persone in età di lavoro. La migrazione verso l'Italia diventa quindi una risorsa e non un problema, come vorrebbe far credere certa politica. Quello che è importante però è che l'Italia dovrebbe cercare di attrarre il più possibile giovani qualificati che producano innovazione tecnologica nel Paese.

In questo processo dovrebbe giocare un ruolo fondamentale l'Università attraverso l'apertura senza alcun vincolo verso gli stranieri provenienti da tutto il mondo sulla base del merito. Gli Stati Uniti questa politica di apertura verso i cervelli la fanno da sempre. Hanno meccanismi di selezione dei giovani per i propri programmi di PhD (Dottorato di Ricerca) attraverso test internazionali aperti a tutti (Graduate Research Exam), laddove i Professori individuati quali Tutors dalle rispettive Università si scelgono i propri studenti di PhD sulla base del meglio che offre il mercato planetario dei cervelli. Partendo dal semplice presupposto che i cervelli creano innovazione, e quindi brevetti di cui poi beneficia l'intera società Americana.

Da noi, nonostante gli sforzi che si fanno dal Centro per invogliare i Dipartimenti a mettere in atto procedure di apertura verso gli stranieri, si è ancora prigionieri delle logiche localistiche e clientelari tese alla protezione dei protetti del Docente Universitario.

Nel mio piccolo, con difficoltà enormi, questa politica di apertura l'ho sempre messa in atto, selezionando Dottorandi provenienti da Ungheria, Nuova Zelanda, Colombia, Cina, Iran.

I risultati, in termini di produzione scientifica sono stati ottimi. Ancora però il sistema mostra resistenze incredibili per uscire fuori dalle logiche protezionistiche che regolano le scelte nell'Università. Bisogna anche specificare che il problema non lo si risolve semplicemente con lo slogan dell'internazionalizzazione.

Non è che "assumendo" uno studente con il nome "straniero" si risolve il problema … il problema è quello di "assumere" stranieri di qualità.

Ma per ottenere questo bisogna che vengano selezionati prima i Docenti ai quali affidare i Dottorandi; cosa che non si ottiene certo applicando la regoletta del superamento delle mediane nei Settori Scientifico Disciplinari.

Nella sostanza, se non viene stabilito dall'alto che Docenti non in possesso di credenziali di ottimo livello non possono svolgere la funzione di Tutors di Dottorandi, non si faranno passi avanti.

Il Dottorando se lo deve scegliere il Tutor (con relativa assunzione di responsabilità), preventivamente individuato quale Docente meritevole di poter appunto "formare" un Dottorando.

I Docenti che non hanno idonee credenziali scientifiche non dovrebbero avere alcuna possibilità di "formare", con risorse pubbliche (Borse di Dottorato), un giovane.

Le risorse, in quanto pubbliche, vanno gestite con la massima diligenza. Sprecare le risorse pubbliche per la soddisfazione di giochini di potere all'interno di un Dipartimento equivale ad un furto aggravato.

L'Italia non può più permettersi questi lussi.

Le poche risorse che ci sono per i giovani vanno gestite con la massima attenzione e quasi con sacralità, in quanto si tratta di un bene della comunità.

*Professore Ordinario in Geochimica Ambientale presso l'Università di Napoli Federico II e Adjunct prof. presso Virginia Tech, Blacksburg, VA, USA

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