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Martedì, 03 Mar 2026

di Roberto Tomei

Com’è noto, sono stati di recente resi pubblici i risultati delle abilitazioni scientifiche nazionali, vale a dire delle “prove” attraverso le quali il nostro ordinamento consente (si fa per dire, trattandosi solo del primo passo) l’accesso alla carriera universitaria.

Fino a qualche anno fa, si chiamavano valutazioni comparative; prima ancora, concorsi. Come sempre avvenuto finora, fioccano le polemiche e si perpetua la solfa dei “meritevoli” ingiustamente esclusi dall’Università.

Se c’è uno che in Italia può affermare, senza tema di smentite, di avere grande esperienza di concorsi universitari, è il sottoscritto.

Tanto conosco la materia che ad essa ho dedicato anche un soggetto cinematografico, non ancora diventato un film. Ma non si sa mai. Eppure qualche giorno fa sono riuscito a stupirmi dello stupore manifestato sui risultati delle abilitazioni scientifiche da una delle penne più famose del panorama giornalistico italiano, Gian Antonio Stella, che dalle colonne del Corriere della Sera di qualche giorno fa, si meravigliava delle acrobazie logiche contenute in certi giudizi dei commissari per bocciare o promuovere i candidati. Evidentemente Stella non deve avere grande dimestichezza con questa materia, nella quale in verità non sarei capace di trovare, rispetto a quanto accaduto sinora, reali innovazioni degne di essere segnalate.

Anche qui, insomma, nihil sub sole novi.

Francamente, ma sarei lieto di sbagliarmi, non credo ci siano ancora le condizioni per l’avvento dell’agognata, ma sembra solo a parole, “meritocrazia”. Ad ogni buon fine, senza voler emulare Matteo Renzi, anch’io ho tre proposte da fare per riformare l’attuale sistema di selezione degli aspiranti accademici.

La prima si ispira al passato e può sembrare provocatoria. Si tratterebbe di abolire i concorsi, attribuendo agli accademici il potere di nominare i loro successori. Tanto meglio per tutti, così nessuno potrà più illudersi di diventare quello che non è. Niente concorsi, niente commissioni, nessun compenso ai commissari. Ne guadagnerebbero, magari non poi tanto, ma tutto aiuta, le esangui casse dello stato, sempre avide dei risparmi derivanti dalle ormai ricorrenti e inarrestabili spending review. Andrebbe meno bene ai giornali, che, senza scandali da denunciare, non avrebbero più motivo di menare il can per l’aia con questa storia infinita dei “migliori bocciati”. Che poi non è vera, perché “passano” anche i migliori, anche se non tutti. Per attuare la proposta, in ogni caso, non sarebbe necessaria nessuna modifica della Costituzione, dato che l’art.97 richiede sì il concorso per impiegarsi nella p.a. ma aggiunge poi “salvo i casi stabiliti dalla legge”. Dunque, basta fare una legge e il gioco è fatto.

La seconda proposta si fonda su una correzione dell’attuale disciplina. Anziché far votare i componenti delle commissioni giudicatrici dal corpo accademico, si tratterebbe di formare le commissioni estraendo a sorte i membri. Risulterebbe così più difficile fare dall’esterno quelle pressioni lamentate anche di recente da qualche autorevole “membro straniero”.  Si tratta di Francisco Balaguer Callejon, professore di Diritto costituzionale all’Università di Granada, che, come riportato da Il Fatto Quotidiano del 6 ottobre scorso, si è dimesso dalla Commissione nazionale, denunciando l’esistenza di una commissione fantasma, che avrebbe operato al fianco della Commissione nazionale, influenzando le sorti del concorso per professore di Diritto costituzionale.

La terza e ultima mia proposta, forse la più radicale, è quella di costituire le commissioni solo con membri stranieri. E’ il sistema preferito da tutti i “trombati”. L’unica controindicazione starebbe nel fatto che, per comporre e far lavorare le commissioni di concorso, ci sarebbe una lievitazione dei costi rispetto al sistema attuale, con buona pace della spending review, che però i nostri governanti ben saprebbero come indirizzare verso altri settori.

Maiora premunt, sicché prima di ogni altra cosa va affrontato e risolto il nodo della legge elettorale. Lo sanno tutti che è una questione di vita o di morte.

Poi, però, inter alias, un po’ di tempo da dedicare ai concorsi universitari andrebbe trovato. Altrimenti, dopo tanti piagnistei, se si lasciano le cose come stanno, hanno ragione quelli che sostengono che, in fin dei conti, lo status quo sta bene a tutti e che una ventata di democrazia nella giungla delle Università non arriverà mai.

Ogni tanto sospetto anch’io che non cambierà niente. Ma è solo un sospetto, niente di più.

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