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Martedì, 03 Mar 2026

di Adriana Spera

Nei giorni scorsi, solo allo scadere del termine previsto dall'art. 5 della legge 215/04, i componenti del governo Monti hanno presentato la dichiarazione attestante i propri redditi e i propri patrimoni.

Da una lettura congiunta delle predette attestazioni e del curriculum dei dichiaranti si possono avere elementi utili per comprendere le logiche che sin qui hanno guidato l'azione amministrativa della compagine di governo e le infelici esternazioni di più d'uno di essi.

Il trait d'union più evidente è l'elevato livello dei redditi, fatta eccezione per il sottosegretario Rossi Doria, che per il 2010 dichiara 37.248 euro. Gli altri hanno registrato introiti annuali ben al di sopra dei 200.000 euro, per non parlare degli ultramilionari Monti, Passera e Severino, che fanno comprendere perché non sia stata applicata la patrimoniale.

Dal curriculum di ministri e sottosegretari emerge una molteplicità di incarichi e la presenza, spesso ultratrentennale, in quel sottobosco governativo e di grandi imprese, che non poco ha alimentato il debito pubblico.

Come possono persone con un tale livello di ricchezza immedesimarsi nei problemi di sopravvivenza di tanti giovani e meno giovani disoccupati o sottoccupati; dei lavoratori che guadagnano in media poco più di 23 mila euro l'anno; dei circa 10 milioni di pensionati, che percepiscono meno di 1000 euro, e dei 2,6 milioni che non raggiungono i 500 euro al mese?

Chi non conosce l'indigenza, la precarietà, le difficoltà del vivere quotidiano non può arrogarsi il diritto - per di più senza che nessuno l'abbia eletto - di colpire con provvedimenti iniqui, che vorrebbero far passare per equi, le fasce più deboli del paese, cancellando anche diritti costituzionalmente garantiti.

Si tratta di una classe di nababbi, il cui compito appare sempre più quello di difendere esclusivamente i privilegi dei poteri forti.

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