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Martedì, 03 Mar 2026

di Cristiano Fiorentini

Lo scatto d’ira del ministro Brunetta e la frase che ha utilizzato per insultare i precari, in occasione del convegno sull’innovazione, rendono perfettamente il pensiero del Ministro rispetto a quei lavoratori che continuano ad essere fondamentali affinché le pubbliche Amministrazioni, per lo più tutte sotto organico, riescano a fornire servizi ai cittadini.

E già, proprio così, quando si parla di precariato nel pubblico impiego non si parla esclusivamente di diritti negati (diritto al lavoro, al futuro, etc), ma si parla anche di Stato Sociale e di servizi ai cittadini.

D’altronde la missione di Brunetta, neanche tanto nascosta, era proprio quella di destrutturare la pubblica amministrazione, ridurne le competenze e metterla al servizio dell’impresa. E allora giù colpi sulla scuola e sull’università pubblica, sulla sanità, pubblica, sulla ricerca pubblica e chi più ne ha più ne metta.

Ma torniamo all’insulto, “voi siete l’Italia peggiore”. E qual è secondo il ministro quella migliore? Quella delle banche che hanno provocato la crisi e la stanno facendo pagare ai lavoratori, ai giovani, alle famiglie? Oppure gli imprenditori alla Marchionne che mettono sotto ricatto intere città con lo spauracchio della delocalizzazione? Quella è l’Italia “migliore” con la quale immaginiamo stia il ministro Brunetta.

 

Noi la nostra parte la conosciamo bene e ci sembra assai meglio di tutto ciò che si muove nei palazzi del potere, sia esso politico o economico. È la parte dei precari. Dei co.co.co., degli interinali, dei tempo determinato, dei lavoratori a parcella o di quelli costretti ad aprire partita Iva, come se fossero professionisti ed invece sono semplicissimi precari.

Noi stiamo con loro. Ci siamo sempre stati.

Anche se da ieri questa parte, quella dei precari, sembra particolarmente affollata da soggetti, partiti e sindacati, che la precarietà nel nostro Paese l’hanno introdotta e che non l’hanno mai rinnegata. Anche qui nessuna sorpresa, visto che perfino la vittoria nel referendum sull’acqua è stata fatta propria da privatizzatori dei servizi pubblici ante litteram

Non ci sorprendiamo, ma non intendiamo abbassare la guardia. Perché nessuna  demagogia è tollerabile sulla pelle dei lavoratori precari.  Perché i precari non sono dei giovanotti a cui dare tanta solidarietà e una pacca sulla spalla.

Tanto per cominciare i “giovani precari” non sono più giovani, hanno alle spalle molto spesso più di dieci anni di precariato e in molti casi hanno famiglia e devono mantenerla. E se poi sono giovani, sono persone che devono costruirsi una vita, un futuro che con la precarietà gli viene negato o comunque reso incredibilmente difficile. In entrambi i casi questi lavoratori devono avere risposte concrete.

Infine, il precariato rappresenta un modello di lavoro inaccettabile fatto di assenza di diritti, di ricattabilità e di salari bassi. Il punto oggi è se questo modello può essere “riformato” o se deve essere abbattuto. Noi propendiamo per la seconda opzione, anche perché anni di applicazione delle leggi che hanno introdotto le forme di lavoro “flessibile” ci dicono che non esiste la “flessibilità buona”. Esiste la precarietà. E va combattuta in tutte le sue forme.

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