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Lunedì, 19 Gen 2026

Il punto interessante della lunga nota diffusa dal Fmi a valle della conclusione del vertice del G24, l’organismo intergovernativo che raggruppa diversi paesi emergenti, è la consapevolezza che la qualità e la quantità dei problemi cui devono far fronte non è compatibile con la qualità e la quantità delle risorse che da soli questi paesi possono generare.

Traspare, vale a dire, la consapevolezza che questioni di tale complessità, che spaziano dalla pandemia all’emergenza climatica, richiedono azioni e risorse globali per essere affrontate. Consapevolezza che però poi si scontra con le prerogative “sovrane” che questi stessi paesi mettono sul tavolo non appena la comunità internazionale prova a costruire azioni politiche.

Si ripete, insomma, un copione simile a quello che abbiamo visto accadere in Europa: tutti vogliono i soldi del Recovery fund, ma poi ci sono paesi che si rifiutano di seguire le regole comuni, o, come nel caso della Polonia, mettono persino in dubbio la validità dei trattati europei. Internazionalisti quando si prende, nazionalisti quando si dà, insomma.

Questa contraddizione è un chiaro segno dei nostri tempi, caratterizzati da un certo revival nazionalistico totalmente fuori contesto in un modo divenuto globale, o che quantomeno deve affrontare questioni globali.

La pandemia, ad esempio. I paesi del G24 hanno chiesto di accelerare le campagne di vaccinazione, senza le quali “le crisi non termineranno”. I governi di questi paesi hanno calcolato che serviranno altri due miliardi di dosi per vaccinare il 40% delle loro popolazioni entro la fine dell’anno e altri quattro miliardi di dosi per vaccinare il rimanente 60%. Quindi bisognerà mettere sul tavolo altri cinque miliardi di dosi per vaccinare il 70% della popolazione – quelli che hanno già completato il ciclo e devono ripeterlo – sul finire dell’anno prossimo.

Del tutto naturale che l’appello a fornire questi medicinali arrivi ai paesi avanzati, evidenziando l’ovvietà che quando si tratta di salute pubblica non si può pensare che valgano le consuete prassi economiche. L’appello ad ammorbidire le leggi sulla proprietà intellettuale per favorire la produzione di vaccini in loco va esattamente in questa direzione. “Il Covid non è un business as usual”, ha osservato il governatore della Banca centrale iraniana, nonché vertice del G24, Ali Salehabadi. Come dargli torto?
Peraltro la pandemia “ha intensificato una varietà di crisi che adesso richiedono risorse finanziarie addizionali”. La solidarietà internazionale, tuttavia, non è mancata se, come dicono, “sono stati resi disponibili rapidamente nuovi significativi finanziamenti internazionali”. Senonché, aggiungono, “ne occorrono altri”.

Da qui, l’elogio al Fmi per la sua proposta di 50 miliardi di nuovi finanziamenti per porre fine alla pandemia, nonché il sostegno manifestato al Fondo per la sua proposta di un “Resilience and Sustainability Trust (RST) per aiutare i paesi vulnerabili”. Ma questo non basta. Non solo il G24 ha “elogiato lo stanziamento di 650 miliardi di dollari del FMI in diritti speciali di prelievo (DSP) per aumentare liquidità globale”, ma i membri dell’organismo “hanno chiesto una ridistribuzione significativa dei DSP dai paesi forti ai paesi vulnerabili”. Gli Emergenti hanno visto peggiorare, esattamente come i paesi avanzati, i propri indicatori fiscali, e il timore è che da soli non saranno in grado di gestirne le conseguenze.

Dulcis in fundo, la questione climatica. Una “preoccupazione crescente” che richiede “nuovi fondi per le nazioni che hanno già il problema di soffrire di risorse scarse”. “I paesi avanzati devono fornire adeguati livelli di finanziamento per il clima ai paesi in via di sviluppo per garantire la transizione”. Quindi: altri aiuti.

Le richieste più che comprensibili, oltre che motivate, dei paesi emergenti, dovrebbero farci interrogare sulla effettiva capacità di risposta dei paesi avanzati, già alle prese con una fame di risorse notevolissima che promana dalle proprie società.

Soprattutto dovrebbe farci interrogare sulla capacità che ha l’ordine internazionale di generare ed erogare questa quantità crescente di risorse ed eventualmente a fronte di quali impegni. Perché è evidente che si pone il solito dilemma. Si chiedono, insomma, risorse all’ordine internazionale e al tempo stesso poi lo si mette in discussione. Un gioco che può finire molto male, come tutti i giochi a somma zero.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
Twitter @maitre_a_panZer
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