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Lunedì, 19 Gen 2026

Fabrizio De Andrédi Roberto Tomei

Esaminata, nella puntata precedente, l'importanza della grammatica (e della sintassi, ovviamente), passiamo ora a trattare di quella della letteratura.

Quante volte abbiamo constatato che tanti libri, anche importanti, non vengono letti mentre vengono visti i film che a quelli sono ispirati.

Di per sé non è un male, perché il cinema, senz'altro la manifestazione artistica più moderna, è comunque una forma di cultura; meglio di niente, quindi, soprattutto quando il film fa venire la voglia di leggere il libro, che rimane comunque lo strumento principale per arricchire il proprio linguaggio e avviarsi ad un uso appropriato dei diversi "registri" in cui ci si deve esprimere nei rapporti con gli altri. Ci si deve - si badi bene - non ci si può.

Non si possono ignorare i registri senza creare situazioni di imbarazzo, come insegna Cesare Segre, per il quale chi li ignora si mette in condizioni di inferiorità, mostrando di non aver rilevato, nel parlare, che la scelta linguistica denota l'attitudine a posizionarsi rispetto ai propri simili e a riconoscere il ruolo o i meriti dell'interlocutore. E' chiaro che quanti più vocaboli "si possiedono" tanto minore è il rischio di sbagliare registro (a meno che non lo si faccia deliberatamente).

Ma il possesso dei vocaboli non si  acquisisce senza lettura, attività che è altresì essenziale per scrivere bene (un tempo si diceva che "i buoni autori fanno i buoni scrittori"). L'uso, quando è necessario, di un linguaggio forbito non deve essere percepito come volontà di innalzare barriere linguistiche; al contrario, esso va considerato con favore, dato che, se tutti parlano allo stesso modo, la lingua perde efficacia e vivacità. Anche qui la scuola non aiuta, perché non facilita il confronto con modelli complessi di linguaggio: da un lato, non si approfondiscono autori importanti, come, ad esempio Leopardi, e ci si ferma, quando va bene, a Svevo e D'Annunzio; dall'altro, non si esce quasi mai dai confini nazionali, forse, come è stato detto, per il provincialismo di non dichiarare quanto siamo provinciali. Col risultato di conoscere grandi autori, come Proust, Musil e altri, soltanto di nome; di altri ancora, poi, come Canetti o Cioran, di ignorare persino l'esistenza.

La distanza della scuola dalla letteratura è stata opportunamente stigmatizzata da un altro grande studioso, come Giulio Ferroni, per il quale il superamento di certe "forme di comunicazione schematica, veloce, di immediata consumazione" non potrà avvenire se non attraverso il confronto, in primo luogo, con la letteratura, secondo quanto già sostenuto da Benedetto Croce, che la considerava strumento essenziale di apprendimento e di esercizio linguistico.Un ritorno ai classici, insomma, ma con una lettura non sommersa da "astruserie classificatorie e cervellotiche analisi del testo", capaci solo di allontanare ancora di più i giovani dalla letteratura.

Come ha detto Marta Morazzoni, si può cominciare studiando più Montale e meno De André, "sfidando quella diffusa aria populista e demagogica" che non aiuta né i giovani né i docenti. Il rilancio della lingua potrebbe essere, in ogni caso, il modo migliore, e più economico, per celebrare il centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
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