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Lunedì, 19 Gen 2026

Circa un anno fa, il 10 marzo, prendevo l’ultimo mezzo urbano – vuoto – a Milano. L’11 veniva proclamato il lockdown generale, quello vero. Cominciava una fase nuova delle nostre vite, cui guardavamo con paura e curiosità; per molti, con consapevolezza.

Strade semivuote, parchi chiusi, caccia ai runner-untori. Esercizi musicali dai balconi sfumati rapidamente. Mascherine obbligatorie! ma non se ne trovavano. Stragi nelle RSA, ospedali saturi, personale sfinito; bandi per il reclutamento, arrivarono persino i cubani, i romeni, gli albanesi. Ci preparavamo a sopravvivere isolati e venivamo inondati da strumenti di solidarietà per resistere all’isolamento, sufficienti per almeno cento anni: tour virtuali di musei, app per ascoltare tutte le stazioni radio del mondo, proposte di letture, video, link di ogni tipo.

“State a casa”, “Io resto a casa”. La Regione Lombardia iniziava a distinguersi con “Tieni a casa i nonni”; sì, teniamoli a casa che il virus glielo portano altri, da fuori; come nelle RSA. Cominciava anche, o forse era già cominciato, un anno di slogan assurdi, di pseudo verità diffuse a piene mani: “andrà tutto bene”: come no, centomila morti, le bare sui camion militari, ecc. “Nulla sarà come prima”: profezia facile, era più difficile dire come sarebbe stato, dopo. E di affermazioni demenziali: molte sono racchiuse in una immagine che ho trovato in rete.

Un anno di carenza di informazione razionale e certificata attraverso canali sicuri: e certo non lo erano le lugubri litanie dei contagiati e dei decessi gestite dalla Protezione Civile o dalle Regioni. Noi lombardi, fortunati, avevamo Gallera e Fontana.

Ancora oggi non si capisce perché le cifre dei contagiati e dei deceduti vengano presentate in valore assoluto e non in percentuale sulla popolazione. La Lombardia era sempre la più appestata.

Gli “scientifici”, medici, virologi e quant’altro, venivano catturati – senza opporre resistenza – dai talk show, diventati la sede della informazione sanitaria. E, siccome i giornalisti avrebbero poco da fare se gli scientifici concordassero le dichiarazioni, il loro sport preferito era quello di sottolineare gli elementi di disaccordo; in nome dell’informazione, ovviamente.

Cominciarono anche le indagini per la “mancata zona rossa” di Alzano e Nembro. “Mancata” significa qualcosa che si doveva fare assolutamente, come se qualche legge l’avesse prescritto in termini inequivocabili. Non ho notizia di analoghe iniziative per il Pio Albergo Trivulzio, ad esempio.

Poi venne l’allentamento, si tornò ad andare nei parchi e si scoprirono le mascherine griffate e strane scritte apparse nel frattempo. Poi la seconda ondata, e ora la terza. Conte non è più PdC, travolto dalla solita congiura di palazzo, mentre Fontana resiste al suo posto, e questo dovrebbe fare riflettere.

Fontana, uno dei cosiddetti governatori che fanno i sindacalisti degli abitanti delle loro regioni; scongiurano fin che possono la zona rossa e poi esultano; tanto il conto lo pagano gli altri. Per non parlare della organizzazione delle vaccinazioni: quando la magistratura, invece di mettere sotto inchiesta chi fa una iniezione, si muoverà autonomamente per le “mancate vaccinazioni”, le liste perse, i ritardi, i vaccini in frigo perché non si trovano vaccinatori?

Ho conservato alcuni numeri della “Lettura” di febbraio 2020. Tutto stava cominciando e qualcuno pensava di avere già capito tutto. Leggo in particolare un articolo intitolato “la democrazia immunitaria”: “il modello che si è imposto nella modernità occidentale è questo: non toccarmi, non contaminarmi, stai fuori…crescono le barriere, si alzano muri”. L’immagine presenta una persona che si rinchiude da sola.

L’analisi è interessante, elaborata ben prima della pandemia; ma come prova contemporanea (di allora) vengono citate le mascherine, le quarantene, i termoscanner ecc. “Immunitas è l’opposto di Comunitas” (sic!). E mi chiedo se questa fosse la reale percezione dell’autore oppure se, come molti, non avesse perso una buona occasione per ragionare prima di scrivere.

Massimiliano Stucchi
facebook.com/massimiliano.stucchi.585

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