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Domenica, 15 Mar 2026

Con sentenza n.324 del 2 novembre 2016, la Corte dei conti della Toscana ha condannato quattro docenti del Dipartimento di Chimica organica dell’Università di Firenze, in quanto ritenuti responsabili di un danno all’amministrazione di appartenenza, quantificato in oltre 150mila euro.

La decisione è intervenuta dopo il giudicato della Corte d’appello di Milano, di sostanziale conferma della sentenza del primo giudice, che aveva accolto la domanda di risarcimento dei danni morali e materiali proposta da una dottoressa che aveva elaborato una tesi sperimentale, nello svolgimento della quale aveva individuato un peptide (denominato “scramble”), asseritamente utile per il trattamento della sclerosi multipla. Un risultato poi trasfuso in un brevetto nazionale e in uno internazionale, di cui risultavano scopritori i predetti docenti, che si erano rifiutati di inserire la dottoressa nel gruppo che aveva dichiarato la paternità dell’acquisizione scientifica.

Non solo. Gli stessi docenti avevano successivamente ritenuto non accoglibile una proposta transattiva, ritenendo che la sentenza del primo giudice fosse errata e, quindi, meritevole di impugnazione, perdendo poi la causa, come si è detto all’inizio, davanti alla Corte d’appello, secondo una linea difensiva condivisa anche dalla stessa Università di Firenze, che aveva deciso di resistere in giudizio avverso le pretese della ormai ex studentessa, nei cui confronti, in ogni caso, era dovuto il c.d. equopremio da parte dello stesso ateneo, per un importo definito in euro 50mila, come anche riconosciuto dalla stessa Corte d’appello di Milano.

Tanto premesso, la Corte dei conti della Toscana ha ritenuto responsabili i docenti dell’ateneo fiorentino, chiamandoli a rispondere delle lesioni finanziarie arrecate all’ente di appartenenza, “proprio in virtù del rapporto di servizio con l’istituzione universitaria e in presenza del nesso di causalità tra il loro comportamento e l’evento lesivo, rappresentato dalle somme da corrispondere alla dottoressa” di cui trattasi.

I giudici contabili hanno altresì precisato che “la pervicace opposizione alle istanze e alle proposte” da parte dei docenti ha conferito ”una connotazione di irragionevolezza alle decisioni prese, smentite dalle perizie e dalle risultanti di ben due gradi di giudizio. Né può sottacersi - hanno aggiunto gli stessi giudici - l’apporto causale dato all’evento dannoso dall’Amministrazione danneggiata, cioè l’Università degli studi di Firenze che evidentemente ha condiviso le scelte adottate nel contenzioso instauratosi con la ricercatrice”.

Tutto ciò comporta, secondo il Collegio giudicante, che le somme richieste ai docenti “vanno ridotte nella misura di un quinto, in ciò avvalendosi del principio che scaturisce da una corretta applicazione dell’art.1, comma 1 quater della legge n.20/1994, considerando equivalenti gli apporti scaturiti dai comportamenti di tutti i soggetti intervenuti nella vicenda all’esame, qualificabili a titolo di colpa grave”. L’importo complessivo è risultato così pari a 77mila euro, da ripartirsi in parti uguali tra i docenti e senza vincolo di solidarietà.

Una vicenda che si commenta da sé, soprattutto per la pertinacia manifestata nel non voler riconoscere alla ricercatrice i suoi meriti e che, almeno l’ateneo fiorentino, non avrebbe dovuto assecondare.

Una brutta pagina per tutta l’accademia, che speriamo proprio non abbia più a ripetersi.

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