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Venerdì, 06 Mar 2026

Tra i primati di cui non si può vantare, l’Italia annovera anche quello della più bassa incidenza di laureati rispetto alla popolazione. Tanto per essere precisi quanto impietosi, su cento persone tra 25 e 34 anni, solo 24 hanno una laurea (titolo di studio terziario), a fronte di una media Ocse e dell’Unione Europea del 41 e 38, rispettivamente.

Il basso numero di quelli che si indirizzano all’università dopo gli studi secondari, i pochi che si iscrivono in età matura e i tanti che abbandonano dopo essersi iscritti sono evidenze che rimandano a tutta una serie di problematiche, principalmente: la scarsa efficacia del sistema universitario, la carenza di risorse per aiutare i meno abbienti, l’offerta formativa poco attraente, la debolezza degli incentivi a laurearsi a fronte di un mercato del lavoro che non premia in modo significativo (come invece avviene in altri paesi) i laureati.

Senza pretesa alcuna di voler fornire una spiegazione esaustiva dell’insuccesso del nostro sistema universitario, un recente studio “Immatricolazioni, percorsi accademici e mobilità degli studenti italiani” di Ilaria De Angelis, Vincenzo Mariani, Francesca Modena e Pasqualino Montanaro, edito da Bankitalia, ci offre un quadro aggiornato delle recenti tendenze operanti nel sistema stesso.

In estrema sintesi, la dinamica delle immatricolazioni ha registrato un andamento “flettente” dalla seconda metà degli anni duemila, con il venir meno della riforma del 3+2, la crescente incidenza di giovani stranieri sulla popolazione e i modesti tassi di immatricolazioni. Tra la fine degli anni 2000 e il 2013 è diminuita però anche la propensione a immatricolarsi dei giovani italiani, in concomitanza col calo del reddito familiare, la crescita delle tasse universitarie, la riduzione del sostegno del diritto allo studio e la razionalizzazione dell’offerta di corsi sul territorio.

Secondo gli autori dello studio, occorre dunque trovare risorse da dedicare alla questione, tanto più che coloro che beneficiano del sostegno ottengono mediamente risultati migliori.

In particolare, il calo del tasso di immatricolazione ha inciso di più nel Mezzogiorno, che ha risentito dell’accresciuta mobilità geografica, soprattutto dei giovani con più solide condizioni economiche. Il dato confortante, però, è che nell’ultimo biennio le immatricolazioni sono tornate a crescere sui livelli prossimi a quelli della metà degli anni duemila.

Nel complesso, negli ultimi anni si registrano anche meno abbandoni, ma questo non è vero per i più giovani, in particolare per quelli coi risultati accademici più modesti. E’ invece crescente la quota di studenti che terminano il primo anno conseguendo oltre 40 crediti formativi, soglia che fa ben sperare in termini di probabilità di finire gli studi e in tempi ragionevoli.

Trovano conferma, invece, gli ampi divari territoriali sia in termini di probabilità di abbandono che in termini di crediti, col Nord che vanta risultati migliori, seguito dal Centro e dal Mezzogiorno. La forbice si allarga se si considera la localizzazione geografica degli atenei anziché la residenza degli studenti, coerentemente con l’indicazione che gli studenti con una migliore formazione di base sono anche quelli tra i quali si riscontra la più alta mobilità.

Al Miur e a Palazzo Chigi hanno, dunque, di che riflettere.

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