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Mercoledì, 11 Mar 2026

I lettori più affezionati del Foglietto non saranno rimasti sorpresi dalla polemica sul Pil che ha coinvolto nei giorni scorsi l’Istat.

Sono trascorsi 10 anni dall’articolo «Dacci oggi il nostro Pil quotidiano» (Il Foglietto n. 38 del 2005) in cui si leggeva: “la costante, nei conti nazionali, sembra essere quella di fornire una prima stima più ottimistica salvo, poi, con le successive revisioni, ritoccarle al ribasso, avvantaggiando due volte il confronto con il periodo precedente”.

Ed è esattamente quanto accaduto sistematicamente in questi ultimi anni (figura 1). Il Pil (nominale) del 2012 e 2013 si è progressivamente ridotto di quasi 15 miliardi di euro e quello del 2014 di 4,2 miliardi, per merito soprattutto di una revisione della spesa pubblica.

Ma la riduzione dei valori precedentemente diffusi ha riguardato anche gli occupati, misurati attraverso le unità di lavoro a tempo pieno. Nel 2015 ammontano a 23,5 milioni di individui, che è lo stesso valore inizialmente fornito per il 2013 e ora sceso di 250mila unità. Rispetto al 2014 l’aumento è ora di 200mila unità, ma rispetto al dato fornito lo scorso anno è solo di 70mila.

Altrettanto premonitore fu «Sul Pil italiano ‘tu vuò fa l’americano’» (Il Foglietto n. 9 del 2006), in cui si diceva che: “Visto il quadro complessivo, la stagnazione dell'economia (anno 2005, ndr) è un risultato tutt'altro che da buttare via, ottenuto grazie al contributo determinante dell'accumulazione di scorte e di oggetti di valore ... Sembra, quindi, che l'Italia sia una Repubblica fondata sulle scorte”.

Passano gli anni, ma anche nel 2015 (tavola 1), la qualità della crescita italiana (+0,8%) lascia molto a desiderare: si è importato più di quanto si è esportato (-0,3%), si è investito (+0,1%) e consumato (+0,5%) poco, causando un accumulo delle scorte (+0,5%). E l’eredità lasciata al 2016 potrebbe rivelarsi pesante. Con una domanda interna ed estera deboli, la produzione rallenterà per smaltire le scorte accumulate, con riflessi negativi su occupazione, redditi e domanda interna, esercitando anche un'azione depressiva sui prezzi. Il confronto con la Germania, che pure quest’anno non ha particolarmente brillato (+1,7%), dove le scorte sono diminuite di 0,4% e si è fatto anche uso della leva pubblica (+0,5%) reso possibile dall'azzeramento del deficit, appare impietoso.

Figura 1 - Pil a prezzi correnti per edizione di diffusione - Anni 2011-2015 (milioni di euro)
RevisionePil2015

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonte: elaborazioni su dati Istat

 

Tavola 1 - Contributi alla crescita del Pil a prezzi costanti in Italia e Germania- Anno 2015 (valori percentuali)
contributi ita ger

 

 

 

 


Fonte: Istat e Statistiches Bundesamt

 

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