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Venerdì, 13 Mar 2026

Maria Elena Boschi, ministro per le riforme costituzionaliNé conservatore né rivoluzionario, sono sempre stato del parere che il mondo in cui viviamo si potesse migliorare attraverso azioni pacifiche volte ad adeguarlo alle mutate esigenze dei tempi.

Forte di questa convinzione, mi sono sempre dichiarato un riformista, sicuro che la trasformazione graduale dello stato borghese fosse da preferire alla rivoluzione, cioè alla conquista violenta del potere. Oggi è un fatto  scontato, ma fino a non molto tempo fa non era così.

Intendiamoci  bene: le riforme (che quando implicavano trasformazioni radicali venivano chiamate “di struttura”) non ci avrebbero dato la felicità, ma certamente ci avrebbero fatto stare meglio di prima, ampliando gli spazi di libertà e promuovendo la giustizia sociale.

A un certo punto, grosso modo a partire dagli anni ’80, cominciò a imporsi, per trionfare poi nel decennio successivo, il cosiddetto “pensiero unico”, in concreto un neoliberismo sfrenato, che spinse qualcuno a parlare addirittura di “fine della storia”, nel senso che si doveva ritenere ormai inverato uno stato di cose non più ulteriormente modificabile.

D’improvviso, sembrava che tutti i programmi riformatori fossero svaniti nel nulla. Nessuno parlava più di riforme. Ma non durò molto, perché dopo un po’ (ormai da alcuni anni) si è tornati a celebrare le  riforme. Con un’assoluta novità rispetto al passato, dato che adesso le riforme vogliono farle tutti, cioè non solo questo o quel partito ma anche le nazioni, per le quali sono diventate doverose, se vogliono restare nel novero dei paesi “virtuosi”. Da noi c’è un apposito Ministero incaricato di realizzarle, di cui è ora titolare Maria Elena Boschi.

Sennonché, diversamente da quel che accadeva in passato, le attuali riforme non sono il portato dell’indirizzo politico del governo in carica ma della “necessità”, come avvertita e imposta dai centri di potere economico-finanziario, cui i governi sono ormai sottoposti. Questi, insomma, se ”esecutivi” hanno da essere, che esecutivi siano, a meno che non vogliano ricevere qualche “letterina” del tipo di quella, proveniente dalla Bce a firma Trichet-Draghi, che il 5 agosto 2011 è stata recapitata al nostro  “caro Primo Ministro”, solennemente richiamato ad adottare con urgenza tutte le misure idonee “ a ristabilire la fiducia degli investitori”. Misure, cioè riforme, ad ogni buon fine puntualmente elencate, persino insieme ai relativi tempi di realizzazione.

Fischiata la fine della ricreazione, zitti e buoni i nostri governanti si sono subito messi al lavoro, inondandoci di “riforme” come mai s’erano viste in tempi così brevi, tra cui, prima per importanza, l’introduzione  nella nostra Costituzione del principio dell’equilibrio di bilancio. Delle altre ”riforme”, stiamo tutti sperimentando gli effetti: dai tagli allo stato sociale all’aumento della pressione fiscale, dal blocco delle retribuzioni all’attenuazione delle tutele previdenziali, alla vendita del patrimonio pubblico.

Ormai l’hanno capito tutti: si ostinano a chiamarle “riforme”, ma da esse tutto ci si può attendere tranne un miglioramento delle  condizioni di vita dei cittadini. Un fatto è certo: quando la gente sente parlare di riforme, subito comincia a entrare in apprensione e a chiedersi di che cosa i politici vorranno privarla … così ora anch’io non mi sento più un “riformista”.

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