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Mercoledì, 22 Apr 2026

Giorgio Alleva, presidente dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) dall’estate del 2014, professore dall’aspetto mite e flemmatico, in realtà sembra avere nel suo dna il gene del rivoluzionario, ovviamente in senso figurato.

Appena assurto alla guida del tempio delle sacre statistiche, infatti, ha deciso di attuare non una ma due rivoluzioni, che rischiano di mettere a dura prova la sua indole pacata e gentile.

La prima - dopo un lungo stop causato dall’inconcepibile ritardo (più di un anno) con il quale il premier Renzi ha ricomposto il cda dell’Istat - è già partita e riguarda la riorganizzazione radicale dell’ente ereditato da Enrico Giovannini, dopo una breve parentesi affidata al facente funzioni Antonio Golini.

Alleva è stato subito investito da una pioggia di critiche, apparse però quasi tutte finalizzate al mantenimento dello status quo ovvero alla difesa di centri di potere che nel corso degli anni si sono consolidati all’interno dell’ente.

La reazione di Alleva non si è fatta attendere ed è apparsa, almeno sulla carta, convincente. Da ultimo, nei giorni scorsi è stato raggiunto da un lungo editoriale di Chiara Saraceno, dal titolo Se l’Istat non fa più indagini, apparso su la Repubblica del 16 febbraio, al quale ha prontamente replicato.

Nelle prossime settimane, oltre a rendere operativo il nuovo disegno organizzativo dell’Istituto statistico, verranno effettuate, all’esito di una call pubblica, le nomine dirigenziali, che tanto contano in via Balbo. Sicuramente c’è chi, dopo anni, dovrà lasciare la prestigiosa e lautamente compensata poltrona, per fare posto alle new entry ritenute, sempre sulla carta, in grado di attuare la prima delle due rivoluzioni.

Il percorso appare tutt’altro che agevole e c’è chi, fuori da ogni gioco di cariche e di poltrone, già scuote la testa e ipotizza una fase irta di difficoltà, come sempre accade quando il passaggio da una “gestione” all’altra non è, come in questo caso, all’insegna della continuità. A rimetterci potrebbe essere la qualità dell’informazione statistica di cui, oggi come non mai, il paese ha grande bisogno.

Staremo, comunque, a vedere.

Passiamo, ora, alla seconda rivoluzione: quella immobiliare.

La dislocazione delle attuali sette sedi romane dell’ente, infatti, solo quando l’operazione “sede unica” (vedere Il Foglietto del 11 febbraio scorso) andrà in porto (18/24 mesi) - e vedrà tutti gli oltre duemila dipendenti sotto un solo tetto, nel quartiere di Pietralata - non costituirà più un problema.

Nell’immediato, invece, il problema esiste, non è di poco conto e rischia di esplodere, con conseguenze certamente non benefiche per il buon andamento dell’attività dell’ente.

Nei giorni scorsi, da un lungo documento di aggiornamento di quello diffuso a giugno 2015, si è avuta conferma che la sede Istat di viale dell’Oceano Pacifico, detenuta in locazione e inaugurata meno di quattro anni fa, che ospita circa 500 dipendenti, tutti impegnati in attività statistiche, nel giro di qualche mese dovrebbe essere dismessa, in quanto con l’abbattimento dei costi di locazione - scrive l’Istat - di poco superiori ai 2,5 milioni annui, l’ente rispetterebbe l’obbligo introdotto dal decreto legge n. 66/2014, di ridurre dal 2016 di almeno il 50%, con riferimento ai valori registrati nel 2014, la spesa per locazioni passive e di almeno il 30% gli spazi utilizzati.

Dove verranno allocati i predetti dipendenti? La soluzione più logica e più attesa sarebbe stata quella di reperire, sempre nella zona sud ovest di Roma (dove la gran parte del personale interessato ha la propria abitazione), un immobile assai più spartano rispetto a quello in dismissione, con costi di locazione molto ma molto più contenuti.

Tale soluzione, però, stando al contenuto del “documento di aggiornamento”, non sembra essere stata presa in considerazione dagli uffici dirigenziali dell'ente, che preferirebbero distribuire il predetto personale tra le varie sedi, non esclusa quella di via Tuscolana(zona sud est di Roma).

Ma Alleva, ipotizzando forse una forte presa di posizione da parte dei lavoratori - la cui qualità della vita verrebbe fortemente compromessa dalle scelte dell’amministrazione, che li costringerebbe a lunghi spostamenti per raggiungere la nuova sede di lavoro - nei giorni scorsi non ha escluso (ma non ha assicurato) di reperire una nuova sede, proprio nella zona sud ovest della capitale.

In tal modo egli eviterebbe una assai probabile contestazione del personale interessato, che andrebbe ad aggiungersi alle tante che hanno caratterizzato la sua presidenza nel 2015.

La rivoluzione immobiliare prevede anche l’acquisizione (già avvenuta) di nuovi locali al n. 39 di via Balbo dove, in un primo momento, doveva essere allocato il personale della sede di via Depretis, 77, di piazza Indipendenza (sede già dismessa da tempo) e di via Torino, 6.

Ma per via Depretis, la proprietà ha dato disco verde al rinnovo del contratto, mentre per quella di via Torino è giunto il niet della proprietà, che ne riprenderà il possesso a giugno prossimo, senza possibilità di ulteriori proroghe del contratto di locazione da tempo scaduto.

L’amministrazione, però, non s’è persa d’animo e ha individuato nuovi locali, di proprietà dell’Inail, in via San Nicola da Tolentino, a due passi da via Veneto, tuttora in ballottaggio con altri locali (sempre disponibili) in via Tuscolana, presso la famosa sede nata negli anni ‘80 come deposito ed esposizione di mobili e, dopo alcuni lustri, “sanata” grazie a uno dei tanti condoni edilizi che hanno caratterizzato la storia urbanistica del nostro paese.

Per finire, ci sarebbe anche una terza rivoluzione, promessa da Alleva prima che iniziasse il suo mandato, contenuta nel suo documento programmatico presentato in Parlamento: la riduzione, anche cospicua, della sua indennità di carica. Ma, di essa si sono perse le tracce, essendo rimasta lettera morta, nonostante un atto di sindacato ispettivo da parte di 12 senatori del Movimento 5 Stelle (primo firmatario, Nicola Morra).

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