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Giovedì, 12 Mar 2026

Ho letto con molto interesse l'articolo di Rocco Tritto, apparso sul Foglietto della scorsa settimana, dal titolo "Sconcerto all’Istat. Alleva annuncia la fine dei silos con know-how locale e verticale". Dopo di che, mi sono avventurato nella lettura dei tre documenti [1, 2, 3] riguardanti la ristrutturazione dell’Istat, siccome ideata dal neo presidente dell’Istituto nazionale di statistica.

Vorrei tranquillizzare chi, nonostante gli sforzi, ha intuito soltanto che vi saranno 2 Dipartimenti! E’ in buona compagnia! Perché, a mio avviso, non vi è null’altro che abbia una qualche parvenza di consistenza in tali documenti.

In pratica, è stata effettuata una operazione aritmetica di grande complessità, dimezzando il numero dei Dipartimenti, portandoli da 4 a 2; forse, per questo, hanno chiamato un metodologo a coordinare il progetto.

E’ importante evidenziare che, quello attuale, è il secondo tentativo di lifting negli ultimi tre anni; il precedente, sotto la gestione Giovannini, ha avuto l’unico merito di consentire a pochi eletti di ammodernare il proprio stipendio, in un periodo di blocco dei contratti e degli scatti di anzianità.

Per quanto concerne i demeriti, ognuno di noi può divertirsi a stilarne un proprio elenco, attribuendo più o meno importanza alle varie azioni intraprese, in virtù dello stesso, dall’Istituto.

La modernizzazione di processo, la disponibilità di nuovi strumenti metodologici e tecnologici, la riduzione di costi, il miglioramento della qualità, la standardizzazione e la risposta ai cambiamenti del mondo esterno erano le parole che ricorrevano più frequentemente tre anni fa.

Le stesse identiche parole le ritroviamo oggi, in queste slide scarsamente originali nelle quali si ritiene operazione intelligente quella di importare esperienze estere solo perché considerate valide in altri Paesi. Dimostrando così scarsa attenzione ai differenti ambiti nei quali le stesse sono maturate.

Non solo,  anche la collocazione temporale del contesto esterno non sembra impeccabile; infatti, contrariamente alla realtà, lo si  descrive come ancora in fermento, in evoluzione, alla continua ricerca di nuovi strumenti ed informazioni, infestato di competitors.

Conferma ulteriore della scarsa lucidità è poi l’aver considerato l’accentramento di alcune funzioni presso i Dipartimenti come un punto di forza dell’attuale struttura.

E’, invece, un dato di fatto che i Dipartimenti sono dei contenitori (Silos) vuoti; e non perché carenti di personale competente e motivato ma perché rispondenti all’unica logica all’origine della loro costituzione: giustificare l’esistenza dei Dipartimenti e dei relativi direttori. E poi, se li si considera dei punti di forza perché sopprimerli? E’ una contraddizione in termini.

La realtà è che l’accentramento di alcune funzioni trasversali presso gli attuali Dipartimenti non ha prodotto i risultati auspicati né in termini di introduzione di innovazioni né di sinergie e supporto alle rispettive strutture di produzione.

Allora perché il trasferimento di dette funzioni ad un Dipartimento non di produzione dovrebbe portare a migliori risultati?  Solo perché lo stesso viene definito più modernamente Polo? O perché si confida in una migliore capacità manageriale e di coabitazione dei prossimi dirigenti?

Si ha l’impressione, anzi quasi la certezza, che la ricetta sia la stessa di sempre. Cambiare l’esistente, ma nel solco della continuità, e proporre una soluzione diversa per giustificare un ricambio nelle poltrone di vertice.

Sbagliato non credere che l’unica vera modernizzazione per l’Istat sarà quella che metterà al centro la valorizzazione del personale tutto. Attraverso la costruzione di un percorso lavorativo e formativo in grado di esaltare le capacità del singolo e di garantire meritocrazia e rispetto della persona.

Ma forse è un'utopia!

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