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Giovedì, 12 Mar 2026

Dal verbale sintetico, diffuso qualche giorno fa, del Consiglio dell’Istat tenutosi lo scorso 10 settembre, si apprende che per la revisione dell’assetto ordinamentale ed organizzativo dell’ente statistico occorrono almeno nove mesi, né più né meno di quelli necessari per mettere al mondo un figlio.

Per carità, se un parto è questo, in un certo qual modo un parto sarà pure quello. Magari farà prima il Pil a tornare positivo, che è tutto dire. Insomma, una bella battaglia, sull’esito della quale vi terremo informati.

Nel frattempo, qualche considerazione possiamo già farla.

Dovunque ci giriamo, siamo in tempi di generali “annunci” ai quali poi, con calma, potrebbero seguire i fatti (ma non è detto) e, quindi, non c’è da meravigliarsi se il neo presidente dell’Istat entra nel gruppone dei riformatori, vocabolo, quest’ultimo - lo diciamo per incidens - che ci fu caro ma che da qualche tempo ci suscita fastidio se non angoscia.

Nel merito, sarà forse l’esperienza, magari aggravata dal dinamismo del “primo” Renzi (quello al quale bastavano cento giorni per “cambiare verso” all’Italia), ma nove mesi ci sembrano troppi.

Restano troppi, nove mesi, anche se paragonati ai mille giorni del “secondo” Renzi, il nuovo tempo che il premier si è dato - torniamo a ripeterlo - per rivoltare il paese come un calzino, dato che il presidente dell’Istat deve riorganizzare non una nazione ma solo un ente pubblico, che non è nemmeno il più grosso in circolazione.

I nove mesi diventano però un tempo inaccettabile, se si pensa che il novello riformatore statistico è uno che a via Balbo non ci è nato ma ci è cresciuto e pasciuto, avendo ricoperto gli incarichi di membro del Comstat e del Consiglio, vale a dire tutte le istituzioni in cui si sono dibattuti e decisi gli assetti dell’Istat e del Sistan nell’ultimo quarto di secolo.

Forse c’era quando, sotto l’ultimo presidente (pleno jure, s’intende), è stato approvato il Dpr 166/2010, annunciato dall’allora presidente Giovannini come la panacea di tutti i mali ma che non pare aver sortito esiti memorabili.

Insomma quel che c’è da ri-fare lo sa meglio lui di Renzi, senza trascurare poi che a far meglio di quanto si è fatto finora ci vuole veramente poco.

Un primo immediato segnale di discontinuità rispetto al passato, Alleva avrebbe potuto almeno mandarlo, cercando di dare concretezza al 6° punto del suo programma presentato alle Commissioni parlamentari in occasione della sua audizione in vista della nomina a presidente dell’Istat.

Ci riferiamo all’annunciato impegno a Ridurre in modo significativo i costi di funzionamento attraverso una maggiore efficienza dell’Istituto.

Anziché la conferma in blocco, fino al 30 giugno 2015, della pletora di direttori di dipartimento e di direttori centrali tecnici, avrebbe potuto – in attesa della annunciata riorganizzazione – lasciare immutato il numero delle strutture, ridurre drasticamente il numero dei direttori stessi, affidando ai prorogati due incarichi, di cui uno a interim, con conseguente abbattimento dei costi.

Nessuno si sarebbe scandalizzato, visto che nello stesso ente c’è chi da un anno oltre a essere direttore generale (reggente) è anche direttore centrale amministrativo.

Intanto il personale dell’ente, che era stato destinatario delle linee programmatiche del neo presidente, teme che anche le problematiche contrattuali, che toccano la busta paga, puntualmente elencate da Usi-Ricerca in due comunicati del 6 agosto e del 4 settembre, che da anni attendono una soluzione, vengano anch’esse “congelate” per i prossimi 9 mesi.

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