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Mercoledì, 17 Giu 2026

di Rocco Tritto

Fatto il governo, restava da fare, come resta ancora, il presidente dell'Istat, allo stato acefalo dopo l'addio di Enrico Giovannini. Una circostanza del tutto irrilevante per l'universo mondo, ma che per i dipendenti dell'ente di via Balbo - è appena il caso di sottolinearlo – riveste una certa importanza.

Diversamente da altri esponenti del mondo accademico assurti a ruoli di governo, destinatari di apposite e ripetute sollecitazioni anche da parte del Foglietto, dopo aver giurato da ministro, Giovannini si è, infatti, prontamente dimesso da presidente dell'ente statistico.

Trattandosi di vuoto non incolmabile, esso andava comunque colmato, con la nomina di un professore dotato di tutti i requisiti, secondo la previsione di legge.

Dopo un iniziale atto di fede nella subitanea azione del governo, che però non c'è stata, nelle scorse settimane è partita la ricerca di un signum prognosticum capace di avviare a soluzione l'enigma.

In un primo momento, si pensò che a sedere sullo scranno più alto della statistica ufficiale potesse andare Luigi Paganetto, consigliere anziano dell'attuale cda, subito battezzato senior.

Ma quella che appariva una soluzione quasi obbligata, stando a tutti gli osservatori più attenti, si rivelò ben presto una strada impraticabile, dato che nemmeno le larghe intese possono consentire a Letta il giovane di fare regali al centro-destra che, essendoci in via Balbo un direttore generale che in passato è stato candidato a sindaco di Oria, nel brindisino, proprio con una lista di centro-destra, non può accaparrarsi pure il presidente.

In questi ultimi giorni sembra aver preso così quota la soluzione Barbagli, studioso di casa all'Istat, gradito alla componente Pd del governo. Dalle larghe intese sembrava facile arrivare a una entente cordiale sul principe dei magistrati del dato.

Ancora una volta, però, fumata nera, niente da fare. E dire che il conclave ha fatto prima a nominare il papa.

Si è fatta così strada l'idea che il governo stia cercando un'altra soluzione.

Si dice quella apparentemente drastica ma assolutamente innovativa dell'abolizione della figura del presidente che, se adottata insieme a quella del direttore generale, auspicata anche da qualche nostro lettore, porterebbe a un risparmio certo di circa 2 milioni in 4 anni, ossia 500mila euro l'anno.

Di sicuro c'è che l'Istat, in un  solo mese senza presidente, ha già risparmiato la somma tutt'altro che trascurabile di 25mila euro.

Una spending review coi fiocchi, suscettibile addirittura di essere incrementata nel caso dell'ulteriore eliminazione dei capi dipartimento. Di questi tempi tutto fa brodo e la sommetta risparmiata potrebbe tornare utile al neo ministro del lavoro Giovannini alla ricerca di risorse per rilanciare l'occupazione giovanile.

In definitiva, all'Istat resterebbero soltanto due direttori come, del resto, c'erano una volta. Ma senza presidente. Viene da citare il noto detto: "tornate all'antico e sarà il progresso".

Se poi l’abolizione di tutti i funzionari onorari, tali sono infatti i presidenti degli enti, fosse estesa all’intera galassia della pubblica amministrazione, a guadagnarne sarebbe non solo l’efficienza della burocrazia ma, soprattutto, l’erario, che risparmierebbe diverse centinaia di milioni, da destinare a miglior causa.

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