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Venerdì, 19 Giu 2026

di Ivan Duca

In tempi di ristrettezze economiche e di spending review l’amministrazione centrale del Cnr ha pensato bene di ispirarsi alla “decima”, già presente nell’Antico Testamento e in auge nell’antica Roma, dove  stava a indicare la decima parte del reddito che l'agricoltore doveva all'erario come imposta.

A piazzale Aldo Moro, dove tra scienziati la memoria storica certo non manca, hanno escogitato una ritenuta del 10% , quale contributo sulle risorse acquisite autonomamente dalle Strutture di ricerca che, evidentemente, macinando cultura, sono tenute alla tassa sul macinato.

C’è anche chi dice che tutto sommato è andata bene, e forse non ha torto, visto che la gabella in prima battuta era stata addirittura fissata al 15%. Lo sconto, si fa per dire, non sarebbe mai stato praticato – secondo il Cnr - in assenza delle “preoccupazioni” di molti direttori di istituto, il cui grido di dolore sarebbe stato raccolto da Luigi Nicolais.

A Piazzale Aldo Moro si dovrebbe riflettere più seriamente sulle possibili ricadute di questo ennesimo fattore demotivante all’acquisizione autonoma di risorse da parte dei ricercatori. Già allo stato, pur senza alcuna gabella diretta da corrispondere, sempre più spesso i ricercatori si chiedono quale sia il loro ritorno nell’acquisire risorse esterne. Attualmente chi procura risorse non ha alcun ritorno economico, ma neanche agevolazioni lavorative, trovandosi a dover inventare giornalmente come riuscire a portare avanti il progetto finanziato, dribblando le molteplici procedure burocratiche messe in campo dall’ente.

Infatti, se oggi il ricercatore Tizio volesse condurre una nuova ricerca si troverebbe ad affrontare il seguente scenario. Nessun finanziamento gli verrebbe erogato dal Cnr, così costringendolo a reperire fondi attraverso la partecipazione ad un bando nazionale, europeo o internazionale. A questo si aggiungerebbe la necessità di reperire/creare, autonomamente e senza alcun supporto del Cnr, un gruppo di ricerca che gli consenta di essere competitivo sul “mercato” dei bandi di finanziamento. Peraltro, una volta presentato il progetto, dovrebbe addirittura sperare che lo stesso non venga finanziato, data l’innumerevole quantità di problemi da gestire qualora ciò accadesse.

Sono, infatti, macroscopicamente eccessivi gli appesantimenti burocratici che vanno dalla rendicontazione del progetto all’acquisizione di beni e servizi finanziati ed ai contributi (tra il 10% e il 20%), che spesso i ricercatori si trovano a dover versare alle casse dell’Istituto dove operano, per affrontare spese cogenti e gestionali dell’Istituto stesso. A questo, ora, si sommerà la nuova gabella da versare all’amministrazione centrale.

In definitiva, il ricercatore si troverebbe a dover effettuare un super-lavoro gestionale, oltre a dover condurre la ricerca (motivo per il quale percepisce lo stipendio) della quale dovrà fornire i risultati attesi utilizzando un budget non superiore al 70-80% del finanziamento. E’ evidente che lo stesso ricercatore si trova davanti ad un bivio: non condurre il lavoro per come previsto, oppure sovrastimare gli importi del progetto in fase di redazione. E’ allora altrettanto evidente che la condotta più semplice appare paradossalmente quella di non presentare alcun progetto. Ciò rischia di determinare nel giro di poco tempo una drastica riduzione delle risorse esterne.

Il management del Cnr per contrastare questo reale rischio dovrebbe individuare meccanismi incentivanti. Diversamente, meccanismi di "prelievo" appaiono come esclusivamente  finalizzati a finanziare ingiustificati costi del management stesso.

Occorre infatti ricordare che oggi il Cnr si permette di avere a libro paga un esercito di centodieci direttori di Istituto e sette direttori di dipartimento, con stipendi rispettivamente di 123.930 e 139.443, per complessivi 14,6 milioni di euro circa, mentre ha risorse quasi nulle per condurre le attività di ricerca.

A questo dato oggettivo si aggiunge che lo stesso management, caso unico nella pubblica amministrazione, non è soggetto ad alcuna verifica né tantomeno allo stesso sono assegnati obiettivi da raggiungere.

E, infatti, può addirittura verificarsi che un direttore pensi di rinunciare al progetto scientifico in base al quale ha ottenuto la direzione di Istituto, proponendone addirittura lo smantellamento in aperto contrasto con i ricercatori che dirige ed in palese violazione dei regolamenti

L’ente in tali casi continua a retribuirlo fino alla fine del proprio contratto e gli consente, in pratica, di fare dell’Istituto affidatogli ciò che vuole. La vicenda dell’Istituto di Scienze Neurologiche di Mangone in tal senso è un esempio che dovrebbe far riflettere.

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