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Venerdì, 24 Apr 2026

La zona d’interesse, regia di Jonathan Glazer, con Christian Friedel, Sandra Hüller, Johann Karthaus, Luis Noah Witte, Nele Ahrensmeier, Lilli Falk, Ralph Herforth, Max Beck, Sascha Maaz, Marie Rosa Tietjen, Stephanie Petrowitz, Freya Kreutzkam, Ralf Zillmann, Imogen Kogge, Daniel Holzberg; Sceneggiatura: Jonathan Glazer, Martin Amis; Fotografia: Lukasz Zal; Montaggio: Paul Watts; Musica: Mica Levi; Scenografia: Katarzyna Sikora, Joanna Kus; Suono; Johnnie Burn, Turn Willers; Costumi: Malgorzata Karpiuk; Genere: Drammatico; Gran Bretagna, Polonia, USA, 2023; Durata: 105’; Distribuzione: I Wonder Pictures; nelle sale dal 22 febbraio 2024; consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13.

Recensione di Anna Sofia Caira

La zona d’interesse è un film del 2023, scritto e diretto da Jonathan Glazer. La pellicola è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo del 2014 scritto da Martin Amis ed è stata presentata in concorso al Festival di Cannes 2023, dove ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria. Inoltre, il film ha ottenuto anche cinque candidature agli Oscar 2024, che si terranno il prossimo 10 marzo.

Alfonso Caurón lo ha definito “il film più importante del secolo” e non ha torto. In un periodo storico come questo, in cui siamo consapevoli ma indifferenti dinnanzi agli orrori che avvengono sotto in nostri occhi, La zona d’interesse ci racconta della banalità del male e della familiarità che può assumere nelle vite di tutti.

Non è il film sull’Olocausto a cui il cinema contemporaneo ci ha abituato: Glazer ci costringe non a empatizzare con le vittime, ma a osservare la quotidianità casalinga dei carnefici.

Rudolf Höß (Christian Friedel) è il comandante del campo di concentramento di Auschwitz, vive in una villa idilliaca con sua moglie Hedwig (Sandra Hüller) e i loro cinque figli. Appena oltre il giardino, pieno di bei fiori colorati e prodotti agricoli curati con minuzia da Hedwig, un muro separa le loro esistenze serene dallo sterminio di milioni di ebrei. Di quell’orrore ci viene dato solo qualche indizio, non ci è permesso addentrarci nel campo: gli spari in lontananza, cani che abbaiano e angosciose voci fuori campo testimoniano il massacro. I prigionieri con le loro divise a righe sono figure sfuggenti che si aggirano nel giardino come fantasmi, la loro presenza passa quasi inosservata. Dei loro corpi ne vediamo la cenere, che scorre nel fiume o viene semplicemente spazzata via.

Gilzer sceglie di nascondere le telecamere, rendendo il processo simile al teatro, e di eliminare ogni traccia di dramma. Non ci addentriamo nelle menti dei personaggi, ma ne osserviamo i gesti ordinari, vuoti, “normali”. Costruisce così le immagini, ma il vero sentimento è invisibile e ci è dato solo da ciò che riusciamo a sentire.

Conosciamo bene quelle immagini brutali, conosciamo la violenza che viene narrata da decenni nei libri di storia, e quell’orrore le nostre menti lo hanno assorbito, ormai non ha più il potere di sconvolgerci.

Glazer evoca un altro tipo di orrore, quello che percepiamo nel nostro subconscio e che ci provoca una sensazione di nausea, per noi che sappiamo quello che sta accadendo dietro quel muro.

Glazer realizza così una delle più inquietanti rappresentazioni cinematografiche dell’Olocausto mai concepite, mettendo in scena il rimosso, il vuoto, mostrandoci Hedwig che prova i rossetti e le pellicce appartenute a donne che non esistono più, o i bambini che si lavano dalle ceneri di corpi morti entrate anche nei loro occhi. Riesce a parlarci anche di un altro tipo di banalità, quella del Museo dedicato al campo di concentramento, in cui il tempo è congelato, in cui gli oggetti esposti sembrano non essere mai appartenuti a nessuno.

È dunque un vero e proprio monumento alla memoria, di una freddezza che penetra fin dentro le ossa e che ci risveglia finalmente da quel torpore che rende il male così banale ai nostri occhi.

Anna Sofia Caira
critica cinematografica
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