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Venerdì, 19 Giu 2026

Italiani brava gente … ma non è vero di Paolo Villaggio, editore La nave di Teseo, 2018 pp.224, euro 12.

Recensione di Roberto Tomei

Ritrovato dai figli tra le carte del padre a un anno dalla sua morte, è uscito in questi giorni in libreria il volume che qui si segnala all’attenzione dei lettori, opera postuma del grande comico genovese, che si richiama, ma solo nel titolo, a un film di Giuseppe De Santis, Italiani brava gente, del 1965.

Com’era nel suo stile, il libro è uno “scanzonato e spietato ritratto dei vizi e delle supposte virtù italiche”. Niente di sistematico e di definitivo, ma soltanto una serie di racconti brevi e abbozzi di racconti ancora da ri-finire, con una prefazione e una postfazione del ragionier Ugo Fantozzi. Questa, indubbiamente, la sua “maschera” più famosa (prima c’erano state quelle del sadico professor Kranz e del goffo Fracchia), che diventò nel 1971 anche un successo editoriale da oltre un milione di copie, poi destinato a ripetersi negli anni (7 libri e 10 film) e tradotto in diverse lingue.

Ma anche senza Fantozzi, Villaggio ha avuto lo stesso una grande carriera da attore, avendo lavorato al cinema con Monicelli, Gassman, Nanni Loy, Salce, Pupi Avati, Fellini, Olmi, Wertmuller e ricevuto per queste sue interpretazioni parecchi premi: dal Davide di Donatello al Leone d’Oro alla carriera al Festival del Cinema di Venezia, solo per citare i più importanti.

Fin dal suo esordio, Villaggio è stato un moralista ambiguo, che non tutti capivano ma che ben presto cominciò ad avere un suo seguito di fan affezionati, sempre incerti se a parlare fosse l’attore oppure Fantozzi. E l’ambiguità continuò a coltivarla per tutta la vita, incentrandola sulla sua dote principale di comico, ossia la cattiveria.

Tanto clemente non è stato nemmeno negli scritti contenuti in questo inedito, che è un affresco non solo delle sue ossessioni (dall’ostilità verso la politica al sesso, al rifiuto della tecnologia) ma, soprattutto, dei principali difetti dei suoi connazionali, in particolare, della vanità degli italiani, forse il nostro vizio più grande: “Qui da noi, da sempre, c’è un’abitudine radicata profondamente nella nostra cultura: non si dice mai la verità, soprattutto quando si parla di sé … La frase ‘Vede io sono fondamentalmente buono’ va così tradotta: Io sono una carogna, ho subìto troppe umiliazioni nella vita, sono capace di scrivere lettere anonime, delazioni e, spesso, ho pagato degli iettatori professionisti per nuocere ai miei amici più cari”.

Sicuramente un’esagerazione, tipica del suo stile, come ce ne sono tante altre nel libro, ma che, oltre a far ridere, fa anche riflettere. Come accade soltanto con gli umoristi di razza.

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