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Venerdì, 19 Giu 2026

Il dimenticatoio. Dizionario delle parole perdute, a cura della redazione della Franco Casati Editore, Firenze, 2016, pp.216, euro 16.

 

Recensione di Roberto Tomei

La lingua, come insegnano i linguisti, è da sempre lo specchio della società e l’italiano non fa eccezione, in quanto porta in sé, stratificati, secoli e secoli di storia, ma riflette, giorno per giorno, l’evoluzione della nostra mentalità, dei nostri costumi e delle nostre abitudini.

Negli ultimi vent’anni, si è però verificata una novità importante, ossia la diffusione, grazie a Internet, dell’italiano scritto: il suo uso di massa si è così ora affiancato all’uso parlato, a sua volta affermatosi non da molto tempo, soprattutto grazie alla televisione, a scapito dei dialetti.

In tutte queste trasformazioni, c’è comunque - per chi lo desidera - un “italiano da ritrovare”, quello finito nel dimenticatoio e costituito dall’insieme delle tante parole perdute di cui parla il libro che qui si segnala all’attenzione dei lettori.

Perdute “sono le parole che non usiamo più o abbiamo dimenticato”. Si consideri che nella stragrande maggioranza dei discorsi usiamo solo l’italiano di base, all’incirca 6500 parole corrispondenti a un’esigua porzione del nostro patrimonio lessicale, laddove la lingua italiana è ricca di termini che definiscono in maniera precisa azioni, stati d’animo, qualità, oggetti, sentimenti, caratteristiche fisiche e caratteriali, insomma tutto ciò che siamo in grado di vedere, sentire e molto altro.

Partendo da questo presupposto, le redattrici dell’editore Franco Casati hanno portato avanti per mesi il progetto del “dimenticatoio”, diventato così un libro collettivo, in cui sono finite quasi 2000 parole “tra quelle di basso uso letterario, con qualche incursione nelle obsolete”, tutte trovate nei libri da correggere o in quelli usati come fonti per riscontrare citazioni ma anche in quelli letti solo per passione.

Chi scrive condivide l’idea-base del libro che parte di queste parole vadano sottratte all’oblìo e, appunto, “ritrovate”, in quanto consentono di comunicare in modo non solo più preciso ma anche più ricercato e accattivante. Un libro da consultare, dunque, per arricchire il proprio vocabolario e salvare le parole della nostra lingua, ricordandole per tramandarle. Da segnalare che molto opportunamente, in fondo al libro, si è deciso di lasciare un po’ di spazio per le parole dimenticate che ciascun lettore, dopo averle trovate, vuole annotare.

Nel mio “dimenticatoio” ne ho già scritte due: refe e magarìa, che ho scovato in un libro di Leonardo Sciascia, La strega e il capitano (trovato qualche giorno fa su una bancarella), di cui ignoravo l’esistenza e che sto leggendo solo ora. Mi sembra un ottimo esercizio per perfezionare la nostra bellissima lingua, in modo da non far provare poi ai lettori quel fastidio intollerabile provocato, come diceva Italo Calvino, dal linguaggio “usato in modo molto approssimativo, casuale e sbadato”.

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