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Lunedì, 27 Apr 2026

Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati, Feltrinelli editore, Milano, 2017, pp.122, euro 15.

Recensione di Roberto Tomei

Dopo aver trattato del padre (Cosa resta del padre, 2011 e Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, 2013) e della madre (Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, 2015), l’autore completa qui idealmente la sua trilogia della famiglia, dedicando uno studio specifico alla figura del figlio.

In una società in cui sembra svanita ogni differenza simbolica tra genitori e figli, in cui anzi si rischia addirittura di avallare l’idea di una vicinanza tra eguali, sicché i secondi rivendicano gli stessi diritti e le stesse opportunità dei primi, Recalcati propone una lettura del rapporto genitori-figli che tende ad andare oltre la retorica pedagogica del dialogo, oggi imperante, tutta incentrata sul dogma dell’empatia e che nessuno si sognerebbe di mettere in discussione.

La problematizzazione di questo esito del discorso educativo ipermoderno avviene nel libro attraverso la “lettura” delle vicende di due celebri figli e del loro complesso rapporto con i rispettivi padri, ossia l’Edipo di Sofocle e la parabola del figliol prodigo del Vangelo di Luca, un confronto peraltro arricchito dai riferimenti ad altre due “storie” emblematiche, come quelle di Isacco e Amleto.

L’Edipo di Sofocle e il figlio ritrovato della parabola lucana sono due rappresentazioni di “enigmi di figlio” che si risolvono diversamente, perché mentre Laio non accetta il “mistero” del figlio, ma, avvertito dall’oracolo, si spinge fino a decidere di ucciderlo, il padre del figlio ritrovato, invece, si astiene deliberatamente da scelte estreme e mostra di saper sopportare il reale incondivisibile che la vita del figlio incarna. Sì, perché, come spiega bene l’autore, all’inizio della tragedia di Edipo non ci sono né il parricidio né l’incesto, ma l’abbandono del figlio e il suo infanticidio, che non avviene solo perché il pastore, cui Edipo è stato affidato e che ha l’incarico di ucciderlo, desisterà dal compiere un gesto tanto crudele. Sappiamo come poi si sviluppa la storia.

Consultando il dio Apollo a Delfi, Edipo scoprirà il suo destino e farà di tutto per sottrarvisi, ma inutilmente. Da qui una violenza dopo l’altra: il parricidio spalanca l’abisso dell’incesto e con esso il caos che ne deriva. In ultima analisi, Edipo resta imprigionato in un conflitto simmetrico con il padre senza possibilità di soluzione, dato che infanticidio e parricidio si corrispondono specularmente. Ciò che non avviene invece nella parabola lucana, che risolve in modo del tutto diverso l’intreccio dei destini del padre e del figlio.

Qui il padre, a differenza di Laio, mostra di non temere ma di amare il figlio, che perdona e accoglie al suo ritorno, spezzando così ”ogni legame con una concezione della Legge come destino o pena inesorabile che schiaccia invece la vita di Edipo”. E’ un padre che non esige il dialogo né la comprensione reciproca, ma riconosce il desiderio del figlio come un enigma indecifrabile e gli fa il dono più grande che un genitore può offrire ai suoi figli, cioè il dono della libertà. Si tratta di un amore non empatico, come va oggi di moda, ma rispettoso del segreto assoluto dell’altro, della sua solitudine.

Ed è “solo sullo sfondo di questa solitudine, secondo l’autore, che può darsi un essere in rapporto all’Altro”, ovvero “una vicinanza senza nessuna illusione di comunione”.

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