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Venerdì, 24 Apr 2026

lettere a francescaLettere a Francesca, di Enzo Tortora, prefazione di Giuliano Ferrara, Editore Pacini, Pisa, 2016, pp.223, euro 15,30.

Recensione di Roberto Tomei

Nato dall’incontro di Francesca Scopelliti e della Fondazione Enzo Tortora con l’Unione delle Camere penali, il libro, da un lato esprime l’amore di Tortora per la sua Francesca, dall’altro lancia l’urlo di un innocente, e consapevole di essere tale, contro magistrati prigionieri del loro teorema. Questi, infatti, mostrando di credere alle parole dei pentiti, senza adeguatamente riscontrare le loro testimonianze, danno l’impressione di mirare soltanto a non compromettere la credibilità della loro inchiesta, laddove si sa che un buon giudice, lungi dall’”innamorarsi” delle sue ipotesi, prima di decidere deve vagliare tutte le circostanze di cui viene a conoscenza, sempre memore della presunzione di innocenza dell’incolpato, che nella vicenda di Tortora sembra essersi trasformata nel suo contrario, cioè nella presunzione di colpevolezza.

Come molti ricorderanno, Tortora, sostenuto dal Partito radicale, fece tesoro della sua esperienza per combattere fino all’ultimo per l’affermazione della terzietà del giudice, della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, nonché per la responsabilità civile dei magistrati. Una battaglia, quest’ultima, poi sfociata nel referendum, vinto con una maggioranza schiacciante, poi tradita dal Parlamento.

Quel che gli capitò di passare durante la detenzione, Tortora lo racconta nel libro, intriso di tanto amore per Francesca, ma anche di tanta sofferenza per le condizioni del carcere. Al carcere, però, Tortora non si è mai rassegnato, fortunatamente sottraendosi a quel destino di suicidio che disgraziatamente accompagnerà l’incipiente stagione di Mani Pulite.

Tortora invece combatté, tra “rabbia e dolore”, il mondo del carcere gli fu “solidale”, e restò sempre forte nella sua convinzione che “la verità deve vincere” e che lui voleva “vederla in piedi”. Sappiamo come è andata a finire: Tortora riuscirà nel suo scopo, dopo aver finalmente trovato un giudice a Napoli; purtroppo morirà di lì a poco, nel 1988, a soli sessant’anni.

Il libro esprime certamente una grande contraddizione, cioè quella tra la vicenda patita da Tortora e i principi dello stato di diritto. Ma ciò che deve preoccupare maggiormente è il fatto che, al di là dei cambiamenti intervenuti nel nostro ordinamento, in teoria la situazione vissuta da Tortora potrebbe ripetersi ancora. Così come c’è da stare sicuri che certa stampa, come avvenne già per Tortora, sarebbe sicuramente lì pronta a sfruttare, ancora una volta, un caso analogo, sbattendo senza esitazioni il mostro in prima pagina.

La vicenda Tortora ha, dunque, molto da insegnare a molti. Sono tanti, insomma, i motivi che ci spingono a raccomandare la lettura del libro, che peraltro è scritto benissimo. Perché Tortora, oltre a essere innocente, era anche una persona colta.

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