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Domenica, 26 Apr 2026

L’arte del conversare, di Michel de Montaigne, Elliot editore, Roma, 2015, pp. 46, euro 6,50.

Recensione di Roberto Tomei

Montaigne è l’autore di un solo libro, i Saggi (Essays), che di libri in realtà ne contiene tanti, tra cui anche quello sull’arte di conversare.

Essai deriva da essayer, che significa “provare, sperimentare”, etimo che spiega e giustifica la scelta di una scrittura volutamente aperta e frammentaria, scevra da ogni aspirazione sistematica. Oggetto dei Saggi è la conoscenza dell’uomo, tema che l’autore svolge a partire dall’analisi di se stesso, scegliendo sempre il dubbio e mostrandosi nelle sue debolezze. E tutto questo fa con tono leggero e vivace, dando sempre l’impressione di un’interminabile conversazione.

Nel “saggio” che qui si presenta, Montaigne esordisce con un’affermazione piuttosto forte: “se fossi forzato a scegliere, acconsentirei piuttosto a perdere la vista rispetto all’udito e alla parola”. Ciò in quanto egli ritiene la conversazione “l’esercizio più utile e naturale del nostro spirito”, avvertendo subito però che non c’è niente di più tedioso dell’andare d’accordo, sicché la conversazione – antica pratica orale alla base della socializzazione e da cui è nata la scrittura – va intrattenuta (se vuol essere, come deve, un esercizio proficuo) con giusti interlocutori, capaci di stimolare il nostro intelletto attraverso la disputa.

Conversare, dunque, è piacevole ma soltanto con pochi uomini “vigorosi e morigerati”, mentre diventa inutile e noioso “con gli spiriti bassi e cagionevoli”, la stupidità essendo per Montaigne insopportabile.

Ma il saggio in questione è anche, in fin dei conti, un trattatello sulla libertà d’espressione e sulla capacità, invero non di tutti, di accettare il contraddittorio, riconoscendo il giusto valore alla complessità dell’esistenza. Esso, da tempo divenuto un classico, ci fa così meditare sulla nostra adeguatezza a interloquire con gli altri e, prima ancora, sulla nostra capacità di ascoltarli, modi di essere e comportarsi che, a vedere certi programmi della televisione, che quanto meno non dovrebbero dare cattivo esempio, sembrano diventati quasi mete irraggiungibili.

Indicando nella contraddizione il “sale” della conversazione, Montaigne ci fa riflettere innanzitutto sul conformismo, mai come oggi imperante e diffuso, un po’ per ignoranza e un po’ per quieto vivere. Stimoli ad argomentare il proprio pensiero, d’altra parte, nell’epoca di Internet sono tutt’altro che facili a trovarsi, sol che si rifletta sull’abusato meccanismo del “Mi piace”, decisamente funzionale a una logica di tirannia/sudditanza. Poiché prevale la convinzione che la gente voglia esprimere empatia, si ritiene, infatti, che non serva introdurre il “Non mi piace”, tanto più che esso richiederebbe almeno uno straccio di argomentazione, ormai complicato da elaborare, dunque, preferibilmente da evitare.

Col suo saggio, Montaigne getta così una luce severa e impietosa sull’attuale condizione della nostra società, in cui se la conversazione non è morta poco ci manca.

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