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Venerdì, 19 Giu 2026

Noah di Darren Aronofsky, con Russell Crowe, Jennifer Connelly, Anthony Hopkins, Logan Lerman,  Douglas Booth, Emma Watson; durata 138’, nelle sale dal 10 aprile 2014 distribuito da Universal Pictures.

 

Un progetto troppo ambizioso, una pellicola dalle presunzioni bibliche e un budget esagerato. L’epico Noah, dell’acclamato regista Darren Aronofsky, già con queste premesse rischiava di diventare un rovinoso fallimento.

Le prime indiscrezioni sulla trama e sulle immagini carpite durante le riprese, con l’enorme arca di legno costruita a grandezza naturale, mettevano in molti il dubbio che il regista di Requiem for a Dream stesse per portare la sua carriera verso un nuovo rumoroso capitombolo.

Nonostante i successi e le critiche entusiaste del melodramma The Wrestler (Leone d’oro a Venezia) e dell’ambiguo Cigno Nero (omaggio riuscito alla tensione polanskiana), le ferite per la caduta dell’onirico e sconclusionato The Fountain erano, infatti, ancora molto dolorose.

Siamo sinceri, l’idea che il cineasta stesse per raccontare la storia del patriarca biblico Noè e del diluvio universale non sembrava promettere nulla di buono.

Come immaginavamo, infatti, Aronofsky non si limita nemmeno per un secondo nell’architettare il suo personale peplum religioso. Ciò però non ha generato il mostruoso polpettone che ci aspettavamo.

Visivamente il film, anche per merito del suo direttore della fotografia, Matthew Liibatique, è un trionfo visivo, alternando momenti d’impatto eccezionale (il racconto della Genesi) a episodi incredibilmente kitsch (i sogni premonitori di Noè, gli angeli caduti) e amalgamandosi, alla fine, in una miscela affascinante.

Da ateo figlio di ebrei ortodossi, Aronofsky ha poi una visione dell’epopea di Noè eccezionale, raccontando la storia dolorosa di un uomo alle prese con un compito insostenibile, affidatogli da un Creatore lontano, muto e implacabile.

Pur cadendo in pessime trovate narrative (il personaggio di Matusalemme, ad esempio, pur interpretato con bravura da Anthony Hopkins, è certamente pleonastico), la storia contiene così tanti riferimenti filosofici e serie intuizioni, che non si può non rimanere colpiti e storditi.

Inoltre, il personaggio principale, portato sulle spalle da un maestoso Russell Crowe, è un tipo deciso che, pur pieno di dubbi e rimorsi, accetta di convivere con il senso di colpa per aver lasciato morire milioni di persone, mettendo davanti anche al benessere e alla salvaguardia della sua famiglia l’ordine divino di ricostruire un mondo migliore, finalmente puro.

Crowe concede il suo grande e stanco corpo al regista e aiutato da un cast composto da giovani star, incredibilmente efficaci nei loro ruoli (ottime le performance dei giovani divi Emma Watson e Logan Lerman) e da una sempre splendida Jennifer Connelly, riesce a dare credibilità al suo mitico e monolitico personaggio.

In definitiva, alternando la magnificenza delle scene kolossal (il diluvio, il raduno degli animali) al minimalismo delle scene ambientate nell’arca, in una sorta di dramma familiare da camera, Aronofsky ha il coraggio innegabile di osare per andare oltre i suoi limiti.

Il risultato è un’opera coraggiosa e zoppicante, una pellicola spesso presuntuosamente stonata. Un progetto che, al netto dei suoi enormi difetti, non perde però mai il suo fascino istintivo, quasi mistico. Sensazione confermata, sui titoli di coda, anche dall’atmosfera creata dalla voce di Patti Smith, sulle note del glorioso compositore Clint Mansell.

 

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