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Lunedì, 19 Gen 2026

Wolverine - L’immortale di James Mangold, con Hugh Jackman, Brian Tee, Hiroyuki Sanada, Hal Yamanouchi, Will Yun Lee, Rila Fukushima, Tao Okamoto; durata 126’, nelle sale dal 25 luglio 2013, distribuito da 20th Century Fox

Recensione di Luca Marchetti

Wolverine, al secolo John “Logan” Howlett, dovrebbe essere considerato, più che un semplice personaggio dei fumetti, una vera e propria icona. Creato nel 1974 da Len Wein e Herb Trimpe, sin dalle sue prime apparizioni è subito diventato uno degli eroi preferiti dei lettori. Segnato dalla propria rabbia cieca e dai segni di un passato misterioso, il nostro è forse l’ (anti)eroe  più ambiguo dell’universo Marvel.

Ad accrescere la sua fama è intervenuta anche l’interpretazione cinematografica dell’australiano Hugh Jackman, che sin dal primo episodio della saga di X Men (2000, diretto da Bryan Singer) si è dimostrato il volto e il corpo perfetto per il personaggio.

Per anni si è cercato di cavalcare, anche economicamente, il binomio esplosivo interprete-ruolo con sequel e soprattutto spin-off interamente dedicati a lui. Il primo esperimento è stato lo sfortunato X-Men Le origini: Wolverine del premio Oscar Gavin Hood.

Il film, nonostante il buon cast e un protagonista in forma, si è rivelato un pasticcio senza capo né coda, dove il carisma dell’eroe era intrappolato da una gabbia fatta di trovate narrative ridicole e idee registiche prive di originalità.

Al secondo tentativo, la Fox ha pensato bene di puntare sul tutto per tutto. Avvicinato per primo addirittura l’acclamato Darren Aronofsky (che ha declinato l’offerta per dedicarsi al suo personale kolossal biblico sul diluvio universale) e coinvolto alla fine l’onesto James Mangold (regista di Walk the Line, delizioso biopic su Johnny Cash), il film s’ispira liberamente alle avventure di Wolverine in Giappone, una delle miserie più acclamate dell’eroe (famosa anche per i disegni del maestro Frank Miller).

La pellicola si concentra dunque sulla lotta senza quartiere che il nostro Logan contro killer della Yakuza, ninja spietati e ricchi magnati, fedeli seguaci del codice dei samurai. Aiutato da due energiche donne, Wolverine dovrà vedersela, ancora una volta, non solo con questi nemici spietati ma con il proprio passato.

Continuamente perseguitato/accompagnato dal fantasma di Jean Grey, il suo amore impossibile, e tormentato dal profondo senso di colpa per la sua fine, l’eroe mette continuamente in discussione il significato del proprio status di eroe immortale e l’effetto delle conseguenze dei suoi gesti. Hugh Jackman, infatti, questa volta interpreta un uomo ferito che lotta, non per dare sfogo alla sua furia ferina, ma per sopravvivere. Solo quando la sua fuga dal dolore lo porterà ad accettare le proprie ferite e a espiare le proprie colpe potrà finalmente chiudere il conto con la sua storia e compiere, di nuovo, il proprio destino di eroe.

Anche se “appesantito” da qualche estrema e scontata sequenza action, la pellicola, grazie soprattutto alla dedizione di Jackman e alla mano di Mangold, cerca di essere qualcosa di diverso e parla di sentimenti, di emozioni disperate, dei cuori infranti e delle anime incrinate di coloro che, per noi, devono essere sempre e comunque perfetti.

Come il Batman di Nolan, questo Wolverine cinematografico è finalmente un uomo. Ed è questa l’unica strada efficace per diventare veramente immortali.

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