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Venerdì, 06 Mar 2026

La sentenza della Corte Suprema americana - l'equivalente della nostra Corte costituzionale - ha tolto alle donne il diritto di decidere loro se abortire o meno. Questo diritto durava da mezzo secolo a livello federale. La questione è stata rimandata alla legislazione dei singoli stati.

Contemporaneamente, la Corte ha ribadito, come regola federale, il diritto dei cittadini a portare armi senza limitazione alcuna. La scusa è che il primo diritto non c'è in Costituzione mentre il secondo sì. Nonostante quest'ultimo sia anacronistico perché riferito, all'epoca della rivoluzione americana sul finire del '700, alla "sicurezza di uno Stato libero" cui era necessaria "una ben organizzata milizia". Ambedue le decisioni sono state prese tra il tripudio della destra americana fattasi trumpiana e fascistoide.

Negli Usa, quando si tratta di regredire nei diritti, soprattutto dei più deboli come nel caso dell'aborto, non di rado ciò avviene riesumando il concetto di "confederalità" contro quello di federalità. Oppure, come nel caso delle armi, quello della libertà personale.

Insomma, paradossalmente, se fosse per la destra statunitense si rimanderebbe ai singoli stati la decisione se mantenere o meno la schiavitù dei neri. Con buona pace del Presidente repubblicano Abramo Lincoln, che la volle abolire con il tredicesimo emendamento alla Costituzione. Ma da allora di acqua ne è passata dentro l'alveo dei grandi fiumi americani. Sta di fatto che la destra americana, diventata oggi repubblicana trumpiana, usa lo schermo delle libertà per affermare politiche regressive in quasi tutti i campi. Al tempo della Confederazione ribelle e della guerra civile americana, i sudisti usavano presentare il conflitto come una ribellione contro il Nord che voleva imporre il suo sistema di vita al sud schiavista. È un ritornello questo della libertà personale che conosciamo bene e che la destra retrograda e nazionalista usa a piacimento in tutti i paesi dell'orbe tarracqueo.

Ho già avuto modo di trattare uno degli elementi portanti, la legge elettorale, che rendono oggi la democrazia americana esposta al cancro nazionalista, fondamentalista-religioso, illiberale che le sta crescendo in seno e che con Trump ha conquistato non solo la Presidenza - che ha cercato di mantenere con un vero e proprio colpo di stato - ma uno dei due partiti pilastro del bipartitismo yankee: quello repubblicano.

La regola costituzionale dice che tutti i cittadini conseguono il diritto di voto al compimento del diciottesimo anno di età. Ma poi, per esercitarlo effettivamente, occorre iscriversi alle liste elettorali. E lì cominciano i dolori, perché negli stati a conduzione repubblicana fanno di tutto e di più con regole e cavilli restrittivi per limitare questo diritto, escludendone il più possibile i poveri e le minoranze etniche che costituiscono il popolo statunitense. Inoltre, il risultato elettorale è filtrato attraverso gli stati secondo un principio di confederalità: chi conquista la maggioranza prende tutti i grandi elettori dello stato - salvo due, il Maine e il Nebraska, che li eleggono proporzionalmente - che comporranno il collegio elettorale che eleggerà il Presidente. Da qui il caso limite - recentemente è accaduto con Trump contro Hilary Clinton - che un candidato possa prendere meno voti popolari ma conquistare la maggioranza dei grandi elettori. Non è il popolo statunitense a eleggere il Presidente ma sono gli stati.

Per diventare una democrazia normale gli Stati Uniti dovrebbero darsi una legge elettorale federale moderna, in cui il diritto di voto deve essere libero, non filtrato dagli stati e i grandi elettori proporzionali ai voti ottenuti dai singoli partiti.

Speriamo che la decisione medievale della Corte Suprema statunitense possa diventare un boomerang per la destra americana, risvegliare la mobilitazione delle donne e portare con sé anche l'esigenza di una nuova legge elettorale federale. Il diritto alla loro autodeterminazione quando si tratta del proprio corpo soprattutto nel caso delicatissimo dell'interruzione di gravidanza è un fondamento civile che definisce una democrazia avanzata o regrediente: in America, in Europa o in altra parte del mondo.

Spiace che il quotidiano cattolico "Avvenire" non colga oggi questo elemento. Quando titola a tutta pagina, quasi con soddisfazione, "Aborto, caso riaperto" su una foto degli antiabortisti americani giubilanti, vuol dire che il quotidiano diretto da Andrea Tarquini non ha ancora ben presente che una democrazia è tale se è indipendente e sovrana anche da precetti o dogmi religiosi.

Cioè, laica.

Aldo Pirone
scrittore e editorialista
facebook.com/aldo.pirone.7

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