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Giovedì, 05 Mar 2026

altL’università non trova pace: per reclutare il corpo accademico non funziona nemmeno il sistema dell’abilitazione scientifica nazionale. E’ l’ennesimo fallimento in pochi anni.

 

Fino a non molto tempo fa, l’università era un’entità separata dal resto del mondo, in cui, grosso modo, si ripetevano le stesse dinamiche di sempre. La rottura degli equilibri consolidati è avvenuta solo nel e col ’68, allorché l’università di pochi è diventata quasi di tutti, nell’uso comune si diceva, ma si dice ancora, “di massa”.

Tale locuzione, però, era esatta solo in parte, ossia con riguardo al numero degli studenti, enormemente cresciuto rispetto a prima, non invece relativamente al numero dei docenti, dato che il corpo accademico conobbe un incremento assai meno significativo. Comunque mai tale da assicurare un rapporto accettabile tra docenti e discenti.

Il ricambio della classe docente ancora avveniva, infatti, per cooptazione, niente di più lontano da una qualsivoglia selezione di sorta. Per cercare di cambiare, si è provato di tutto: prima, col concorso nazionale, con una sola commissione per ciascuna materia, che in sostanza decideva tutti i futuri docenti della penisola; poi, è stata la volta dei concorsi locali, che venivano vinti, nella quasi totalità dei casi, dai candidati dell’università che aveva bandito il concorso. Perciò, come già la precedente, anche questa formula si rivelò del tutto inadeguata.

Dopo l’ennesima “riforma”, varata appena cinque anni fa, si è giunti così al sistema vigente dell’abilitazione scientifica nazionale che, una volta conseguita, aveva inizialmente durata quadriennale (art.16, primo comma L. 240/2010), poi estesa a sei anni (L. 114/2014).

Sennonché, nemmeno tale meccanismo sembra dare i frutti sperati, dato che di tutti gli abilitati due su tre resteranno senza cattedra. Infatti, a fronte di 29.000 abilitati, verranno assunti solo in 10.000, tanti quanti consentono le risorse disponibili.

La situazione è, peraltro, destinata a peggiorare con la prossima tornata concorsuale, che si terrà in estate, quando per conseguire l’abilitazione si attende l’”assalto” di 30-40 mila candidati, molti dei quali non hanno superato le precedenti tornate del 2012 e del 2014.

Ma il paradosso più grande sta nel fatto che la forte domanda di nuove leve di docenti non viene soddisfatta proprio mentre si registra il crollo degli ordinari, scesi, tra pensionamenti e blocco del turn over, a 12531 dai 18227 del 2009, vale a dire il 31% in meno.

Le grida di dolore che si sono levate verso il governo sono tutte ben riassunte nella dichiarazione del presidente della Crui, Stefano Paleari: “Se vogliamo evitare una deriva come quella dei precari della scuola bisogna intervenire, cominciando con un piano per assumere giovani ricercatori stabili, che libererebbe le risorse anche per assumere docenti ordinari e associati”.

Tocca ora al governo battere un colpo. Dopo aver trovato le risorse, naturalmente. Per gli annunci, siamo fuori tempo massimo.

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