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Giovedì, 05 Mar 2026

Riprendendo il discorso sull'Impero della Terra di Mezzo, la Cina, che ho iniziato con un articolo del 30 settembre scorso, sono stato colpito dalle posizioni lungimiranti espresse nel 237 a.C. dal Consigliere di Corte, Li Si, a servizio dell'Imperatore Qin Shihuangdi (il primo Imperatore di una Cina unificata e pacificata, dal cui nome deriva il nome Cina).

Bisogna constatare che non sono bastati 2350 anni al genere umano per comprendere, far accrescere e far giungere a corretta maturazione la cultura dell’integrazione tra i popoli.

Li Si era insignito del titolo di "Ministro ospite", cui spettava ricevere i consiglieri giunti nel Qin da altri Stati.

Molti dignitari di Corte dell'etnia dominante, gli Han, chiedevano all'Imperatore che gli stranieri che vivevano nello Stato di Qin venissero espulsi.

Li Si, che sarebbe stato colpito in prima persona da questa misura, si rivolse al sovrano, con un discorso nel quale metteva in evidenza come la cacciata dello straniero si sarebbe tradotta in un grave danno per l'Impero, dimostrando come una serie di conquiste e di progressi tecnologici e culturali erano stati portati nel Qin proprio dagli "stranieri".

Rivolgendosi all'Imperatore, tra l'altro, diceva: se fosse questa la scelta quando devi scegliere i migliori, i giusti, non dovresti prestare attenzione se sono bravi o meno, giusti o meno, perché chi é straniero deve essere cacciato anche se è il più giusto o il più meritevole. Se scacci i giusti e i migliori, li lasci a disposizione degli Stati nemici. Allontanare gli stranieri, giusti o migliori, equivale ad offrire armi e viveri ai briganti. Come si concilia questo con la tua volontà di difendere e rafforzare l'Impero unificato?

Questo discorso, fatto ben 2351 anni fa, rappresenta una grandiosa rappresentazione dei concetti di cosmopolitismo e di difesa della diversità nell'Impero che Qin aveva creato, e rimase una delle colonne portanti dell'Impero unitario nei secoli successivi.

Potrebbe venire spontaneo definire tale esempio come “di grande modernità” ma osservando la società nella quale viviamo, ci rendiamo conto che il cosmopolitismo e l’integrazione reale sono due entità che risultano, purtroppo, solo una mera esercitazione teorica.

Successivamente, molti di questi principi divennero cultura generale attraverso il confucianesimo, che, tra l'altro, diffuse nell'Impero un'ideologia marcatamente pacifista, dove il discredito dell'esercito e dei militari costituiva una costante della cultura Cinese.

In effetti, per il mantenimento del potere si dava  molta più importanza all'integrazione e all'amministrazione civile rispetto a quella militare. Ci sono moltissimi esempi nella letteratura Cinese che dimostrano questo. Basta ricordare quanto suggeriva un funzionario (Liu Binghzhong, 1216-1274) a Kubilay Khan (quello di Marco Polo) che consigliava di non trascurare l'amministrazione civile a vantaggio di quella militare.

Il principio secondo il quale un Impero conquistato sul dorso di un cavallo non si sarebbe potuto governare dal dorso di un cavallo era un topos secolare che si tramandava fra le varie dinastie che hanno governato l'Impero Cinese.

Troviamo questo modo di pensare anche in tempi molto più recenti, per esempio, nei resoconti del viaggio in Germania nel 1906 del riformatore, Kang Youwei. Quest'ultimo viaggiando lungo il Reno ed osservando castelli e manieri, insomma luoghi che testimoniano di continue battaglie, scriveva: A chi viaggia lungo il Reno il viso si scolorirà di paura di fronte all'infelicità del popolo europeo, e si rallegrerà di avere per patria la pacifica Cina. Diceva però anche che felicità e infelicità sono due facce della stessa medaglia, e che da quelle continue guerre é nato il governo dell'Europa, ammonendo che se si vuole imparare qualcosa, si devono leggere le storie dei castelli del Reno.

La conoscenza della cultura della “Terra di Mezzo” offre un ulteriore spunto di riflessione: quello relativo al valore attribuito alle capacità dei singoli, la cosiddetta meritocrazia, quella meritocrazia la cui affermazione tanta difficoltà incontra in Italia, purtroppo soprattutto nelle Università.

Per esempio, Voltaire ammirò il sistema confuciano degli esami imperiali per la selezione dei mandarini, il primo caso di pubblica amministrazione formata su base meritocratica.

Anche se poi molti occidentali hanno finito per accettare una sola faccia del confucianesimo, la versione paternalistico-autoritaria, esibita per negare le aspirazioni democratiche e le libertà politiche.

Eppure il pensiero di Confucio ha ispirato anche le rivoluzioni contadine, i movimenti rivoluzionari, i sovvertitori dell'ordine costituito. Principi ai quali si è ispirato, tra l'altro, in tempi recentissimi, MaoTse-tung contro i conservatori del Kuomintang sotto la guida di Chiang Kai-shek, dopo la morte del fondatore della Repubblica Cinese, Sun Yat-sen.

Come scrive Federico Rampini, comprendere la Cina é un'impresa essenziale, affascinante e faticosa. Non é un libro aperto, non é di facile lettura. Ma noi occidentali siamo condizionati da pregiudizi ancestrali su di una realtà orientale come terra di dispotismo.

Se provassimo a superare questi pregiudizi, forse ci proietteremmo nel futuro … un futuro che per qualcuno è stata l’attualità di 2350 anni fa!

* Professore Ordinario in Geochimica Ambientale presso l'Università di Napoli Federico II e Adjunct prof. presso Virginia Tech, Blacksburg, VA, USA

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