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Sabato, 20 Giu 2026

Ripetuto da tutti i governi come un mantra, è diventato più che un dogma il pensiero che un paese che non fa ricerca non ha futuro, da cui il corollario che tagli alla spesa pubblica se ne possono fare in qualsiasi settore ma non nella ricerca, ormai rivestita da un’aura di sacra intangibilità.

Fin qui le parole, ma poi ci sono i fatti, dai quali viceversa si ricava una serie storica di dati che dicono tutto il contrario. Una sorta di schizofrenia dalla quale non c’è speranza di venire fuori.

 

E giù appelli “a non finire come la Grecia”, del genere di quello lanciato a settembre dell’anno scorso da Stefano Paleari, neo eletto presidente della Crui, la Conferenza dei rettori.

Infine, su tutto sono calati i dati impietosi dell’Anvur, presenti nel Rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca 2013, con i loro confronti tra il nostro e gli altri paesi, tutti illustrati e chiosati come meglio non si sarebbe potuto da Adriana Spera in quattro diversi articoli proprio sul Foglietto delle scorse settimane [1, 2, 3, 4].

Ma questa è la “grande storia” che, pur composta da ”piccole storie”, non ci dà mai quella che è - occorre proprio dirlo - la  puntuale e talora struggente dimensione di ciascuna di queste.

Qui ne prendiamo una per tutte.

Mercoledì scorso, 18 giugno, mentre il mondo era per lo più immerso nelle partite del Mondiale carioca, sul Fatto quotidiano veniva pubblicata una rassegnata non meno che accorata lettera di Andrea Bellelli, Ordinario di Biochimica all’Università di Roma La Sapienza, che spiegava come mai avesse deciso di rinunciare agli “idonei senza borsa”.

Per i non addetti ai lavori, l’idoneo senza borsa è colui che, avendo superato un concorso, ha diritto a lavorare in una struttura, per un tempo predefinito e nell’ambito di un programma di formazione (si pensi, ad es., ai noti dottorati di ricerca), ma lo fa (rectius, deve farlo) senza compenso, perché non ci sono i soldi per rimborsarlo.

Più che uno spericolato ossimoro, l’idoneo senza borsa è, dunque, vivente e tangibile espressione (non la sola, ma questo non ci consola) della cronica mancanza di fondi che strozza la nostra ricerca.

Com’è intuibile, l’idoneo senza borsa vive e lavora fianco a fianco di altri suoi colleghi, ai quali invece una borsa è stata attribuita, dato che si sono collocati in graduatoria qualche posto più avanti di lui.

Non bastasse questa spiacevole circostanza, l’estensore della lettera ci fa partecipi di un altro, come dire, dramma nel dramma, quando scrive: “Ammesso che io abbia ottenuto, grazie anche al lavoro dei miei dottorandi, il finanziamento di un progetto di ricerca che include una borsa di studio, io non posso assegnarla direttamente al dottorando senza borsa il cui lavoro ha contribuito ad ottenere il finanziamento: devo metterla a concorso con bando pubblico (internazionale).

In passato questi bandi suscitavano scarso interesse e concorreva solo l’interessato; oggi in tempo di crisi, sono diventati più appetibili ed è frequente avere due o più candidati. La persona con la quale io ho contratto un impegno morale è uno studente di dottorato senza borsa, che certamente ha meno titoli rispetto ad un eventuale concorrente esterno in genere già in possesso del titolo.

Di conseguenza, nel concorso per la borsa di studio mi trovo a scegliere tra due sole possibili alternative, entrambe inaccettabili: o butto a mare il mio dottorando senza borsa o imbroglio le carte e lo faccio vincere contro un candidato più forte.

Poiché non ho una soluzione onesta a questo problema ho deciso di non accettare più nel mio laboratorio dottorandi senza borsa ed ho anzi proposto al collegio dei docenti del mio dottorato di non mettere più a bando dottorati senza borsa, rinunciando quindi alla risorsa costituita dal lavoro di questi studenti, e ad una attività di formazione che la normativa vigente prevede.

L’università muore anche così, di piccole rinunce e di progressivo ridimensionamento”.

Che dire!?!

Più che ingiusto, non è umano ridurre le persone (docenti e dottorandi) in questo stato. Farle precipitare in una situazione di totale impotenza, dalla quale non c’è modo di venir fuori. Se, tornando al punto di partenza, la nostra classe politica, che inutilmente si alterna alla guida del Miur, fosse capace di produrre fatti almeno quanto lo è di fare chiacchiere, tutto questo non avverrebbe di certo.

Per come stanno le cose, più che continuare a piangere sui cervelli in fuga, al punto in cui siamo occorre cominciare a chiedersi come ce la fanno tanti altri cervelli a restare.

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