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Sabato, 20 Giu 2026

di Adriana Spera

In tutto il continente europeo, ma nel nostro paese più che altrove, con gli attuali indici di cementificazione stiamo ponendo una pericolosa ipoteca sulla tenuta del suolo, come dimostrano i crescenti fenomeni franosi. In Italia le aree urbanizzate sono aumentate in sedici anni, dal 1990 al 2006, del 9%, 244mila ettari l’anno, 668 ettari al giorno.

Questa la situazione denunciata dal “Piano 2013 per la riduzione del rischio idrogeologico in Italia”, presentato dall’Anbi - Associazione nazionale delle bonifiche, delle irrigazioni e dei miglioramenti fondiari.

Dati che ci riportano all’urgenza di una legislazione ad hoc per tutelare territorio e paesaggio, come ha provato a rammentarci  la Commissione Europea con lo studio “Orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo”.
Un suolo non cementificato e quindi non impermeabilizzato può incamerare fino a 3.750 tonnellate di acqua per ettaro o circa 400 millimetri di precipitazioni cosicché l’acqua impiega più tempo per confluire nei fiumi e si riduce il rischio di inondazioni.

Il dissesto idrogeologico in Italia interessa, secondo i dati ufficiali, l’82% dei Comuni, 6 milioni di persone vivono in un territorio ad alto pericolo idrogeologico e 22 milioni in zone a pericolo medio. Si calcola che 1.260.000 edifici, tra cui oltre 6.000 scuole e 531 ospedali, siano a rischio di frane ed alluvioni. Un’analisi, compiuta dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr, rivela che tra il 1950 e 2012 si sono registrate ben 1.061 frane e 672 inondazioni. Le vittime sono state oltre 9.000 e oltre 700mila gli sfollati o i senza tetto.

Eventi che non solo hanno provocato un danno economico stimato da uno studio dell’Ance-Cresme attorno ai 240 miliardi, ma hanno avuto anche un impatto devastante sul paesaggio e sul patrimonio artistico e culturale, senza considerare il peso sul piano psicologico ed occupazionale per le popolazioni coinvolte.

Secondo l’Anbi, si potrebbero mettere subito in cantiere 3.342 opere per ridurre il rischio idro-geologico, con una spesa di circa  7,4 miliardi di euro, che potrebbero generare 52mila nuovi posti di lavoro.

Una cifra che può sembrare elevata ma che appare sotto una luce diversa ove si consideri che ogni anno i danni causati dalle frane e dalle alluvioni ammontano in media intorno ai 3,5 miliardi di euro.

Il risanamento ambientale comporterebbe quindi vantaggi economici e occupazionali. Nel solo Veneto, a causa dei disastri idrogeologici subiti nel 2010,  si persero tra lo 0,6 e lo 0,9% del Pil e  7-8 mila posti di lavoro. In Toscana, sempre nello stesso anno, solo nel settore turistico le perdite ammontarono a 20 milioni.

«Noi abbiamo fatto e facciamo quanto nelle nostre possibilità: i Consorzi di bonifica, attraverso un intenso processo di fusioni ed incorporazioni, sono attualmente 127 rispetto ai 250 degli anni ‘70 ed ai 180 del 1998 - ha detto Massimo Gargano, Presidente Anbi - nello stesso periodo, però, il territorio, sul quale operano, vale a dire oltre il 50% dell’Italia, non ha subito riduzioni, ma si è accresciuto. Abbiamo pertanto sviluppato sinergie con le istituzioni locali nel segno del “federalismo cooperativo”: dal 2010 è in essere un Protocollo d’Intesa con l’Anci, finalizzato alla collaborazione sul territorio tra Consorzi e Comuni».

Il numero di interventi e la spesa necessaria ad effettuarli crescono in modo esponenziale. Dal 2010 gli interventi necessari sono cresciuti del 144,9% e la spesa del 77,1%, a testimonianza di una situazione idrogeologica del Paese in costante peggioramento.

Va ricordato che gli interventi richiesti non possono eliminare completamente il rischio idraulico derivante da eventi di carattere eccezionale, che dipendono anche da altre variabili come il surriscaldamento globale, ma risultano essenziali per ridurlo.

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