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Lunedì, 19 Gen 2026

Leggere gli esercizi di previsione di lungo termine, che Ocse, fra gli altri, ci regala ogni triennio, richiede una grande forza d’animo, innanzitutto per non crederci. L’esercizio dello scetticismo infatti, quando si leggono queste elucubrazioni, è una pratica di pura igiene mentale per evitare di soccombere all’intossicazione del futuro-presente, che incombe su di noi come una sorta di CO2 psicologico. Una fonte di inquinamento: né più né meno.

Il fatto che sentiamo il bisogno di infliggerci questi vaticini non dovrebbe stupirci: una volta c’erano gli aruspici che scrutavano le viscere degli animali, oggi ci sono gli algoritmi che scrutano le nostre interiora statistiche. Cambiano i mezzi, non gli uomini. Non ancora almeno.

Fatta questa doverosa premessa, ecco rapidamente le conclusioni. A livello di crescita economica, il pil reale dell’area geografica combinata composta da Ocse e paesi del G20 – in sostanza una parte rilevante del mondo – è prevista declini dal 3% annuo del periodo pre-covid, all’1,7% del 2060. La buona notizia, quindi, è che l’algoritmo è ottimista, a vedere il bicchiere mezzo pieno: continueremo a crescere, anche se può lentamente.

Questo rallentamento ha tanti padri, ma soprattutto uno: l’invecchiamento della popolazione, che si associa a una calo costante della produttività anche nei paesi emergenti, che fino ad oggi hanno agito in controtendenza.

Nell’area Ocse, la crescita del pil reale pro capite si prevede in media intorno all’1,5% l’anno, molto al di sotto delle sue media storiche. E questo, in assenza di correttivi, porterà notevoli pressioni ai bilanci pubblici, che non solo saranno stressati dal costo della crescente spesa sociale, ma dovranno faticare per mantenere stabili i livelli di indebitamento. Ocse stima che servirà un aumento medio del 6,75% della pressione fiscale fra il 2024 e il 2060, con punte di nove punti di pil in nove paesi dell’area Ocse solo per tenere il bilancio pubblico in piedi. Dulcis in fundo, non si vedono miglioramenti sul fronte climatico, con l’emissione di CO2 – quella vera – all’incirca al livello attuale.

Adesso vediamo come potremmo raccontarla a parole nostre. Nel 2060, se nulla cambia (vaste programme), vivremo in un pianeta sempre più caldo abitato in gran parte da persone anziane che avranno bisogno di assistenza e tanta pazienza. I governi dovranno faticare più di oggi per rimanere in piedi, mentre l’economia, accordandosi col ritmo della vita della terza (quarta) età, rallenterà.

Crescere più lentamente significa, guardandola da un altro punto di vista, che avremo bisogno di più tempo per ottenere lo stesso prodotto che prima ottenevamo in meno tempo. E quindi che avremo, in generale, bisogno di più tempo per fare le cose.

Riscopriremo perciò l’importanza del tempo e impareremo ad apprezzare quegli istanti che oggi sprechiamo davanti a un qualunque schermo a fare nulla. Ci ricorderemo persino di quel proverbio secondo cui chi va piano va sano e va lontano e, probabilmente, saremo sempre meno ossessionati dalle previsioni del futuro perché avremo imparato a vivere il presente. Ecco il 2060 che mi viene in mente leggendo queste previsioni. Chissà se Ocse l’avrebbe mai immaginato.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
Twitter @maitre_a_panZer
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