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Lunedì, 19 Gen 2026

Intelligenza artificialePoiché la cosiddetta intelligenza artificiale (IA), nome suggestivo che indica lo sviluppo della capacità di calcolo delle macchine alimentata dai big data, farà stabilmente parte del nostro paesaggio presente, e soprattutto futuro, è giusto illustrare, per quanto possibile, alcune riflessioni minime – per quelle massime non bastano le poche righe di un giornale – che scaturiscono dalla vasta congerie di studi e analisi che si vanno producendo.

Fra i tanti, mi è capitato sotto gli occhi uno studio diffuso dalla Bis di Basilea alcuni giorni addietro, che si pone una domanda sicuramente intelligente, provando persino a confezionare una risposta. La domanda è: l’intelligenza artificiale ha effetti sulla diseguaglianza? E la risposta è: probabilmente sì. Nel senso che la peggiora.

Vale la pena fare un riflessione preliminare prima di guardare i dati della ricerca. IA e diseguaglianza sono due grandi temi del nostro tempo. Associarli, azzardando persino alcune correlazioni, implica che diventa automatico il collegamento fra il progresso tecnico e il regresso sociale, se almeno lo misuriamo in termini di diseguaglianza, visto che mi pare siano questi i termini del problema per come lo impostano i moltissimi che trattando di differenze di redditi e patrimoni fra i paesi e all’interno dei paesi.

Associare il progresso tecnico al regresso sociale certo non era nelle intenzioni degli economisti della Bis, ma è così che va il mondo. Uno come me, nel senso di uno che scrive di ciò di cui gli altri scrivono, semplifica il messaggio, lo diffonde – la viralità è l’ambizione di quest’epoca istantanea – e poi diventa tema e argomento destinato a nutrire suggestioni, specie quella forma di sottile disagio che in un’opera di prossima pubblicazione abbiamo chiamalo religione del regresso.

Ne riparleremo. Intanto torniamo sul nostro studio. L’analisi parte dall’osservazione degli investimenti nell’IA che si sono diffusi nell’ultimo lustro, per lo più negli Stati Uniti, la Cina e l’India.

 

Sulla base di quest’evidenza, e utilizzando un dataset di 86 paesi nel periodo 2010-2019 si sono tratte alcune conclusioni che hanno consentito di osservare come lo sviluppo dell’IA abbia agito sulla distribuzione dei redditi tra i diversi gruppi di percettori, nonché sul mercato del lavoro. La diffusione dell’IA, infatti, generare alcune trasformazioni strutturali nella domanda di lavoro delle imprese. Ad esempio tramite “il cambiamento tecnico orientato alle competenze”.

Le conclusioni a cui giungono gli economisti della banca evidenziano una “chiara associazione tra maggiori investimenti nell’intelligenza artificiale e una maggiore disuguaglianza di reddito durante il nostro periodo campione”. In dettaglio, emerge che “maggiori investimenti in IA sono associati a un reddito più elevato e a una quota di reddito più elevata per il decile superiore, mentre la quota di reddito diminuisce per il decile inferiore”. Addirittura, in alcuni settori come quello immobiliare, le tecnologie di rete e la robotica, questi investimenti nell’IA “hanno un legame particolarmente pronunciato con la disuguaglianza”.

Prima che l’indignazione vi trasformi in neoluddisti, sappiate però che questi stessi investimenti lavorano molto efficacemente sulla produttività totale dei fattori (Total factory productivity, TFP), ossia il sacro graal della funzione di produzione, il mistico elemento che fa schizzare in alto le curve a parità di capitale e lavoro. Tipicamente attraverso la creazione di servizi di ultima generazione, piuttosto che di barattoli o locali notturni.

Quindi investire nell’IA genera ricchezza contemporanea, diciamo così, che favorisce quelli più dotati, ossia chi ha maggior risorse e skill. “Si registra uno spostamento da lavori di media specializzazione a posizioni altamente qualificate e manageriali, accompagnato da un calo della quota del reddito da lavoro”.

L’IA è solo l’ultimo fattore di una trasformazione più profonda, che ormai procede da almeno un decennio. Quella che la Bis chiama “cambiamento tecnico orientato alle competenze”, ossia dei più bravi, “che ha portato ad un aumento della diseguaglianza di reddito”.

Ovviamente si tratta di uno studio, quindi soggetto a tanti caveat e molte approssimazioni. Ma se vi convinceste che l’intelligenza artificiale davvero farà diventare più poveri molti di noi e più ricchi pochi di noi, cosa fareste?

Secondo me, un bel tweet.

Maurizio Sgroi
giornalista socioeconomico
autore del libro “La storia della ricchezza”
Twitter @maitre_a_panZer
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