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Lunedì, 19 Gen 2026

di Cristiano Fiorentini

Non è una manovra contro la Ricerca. O almeno non solo. Questa è una manovra che attacca in profondità la natura stessa del nostro Paese per trasformarlo in qualcosa di diverso e sicuramente peggiore di com'è oggi.

Questa manovra ha un duplice obbiettivo che vede comunque al centro del mirino il pubblico impiego.

Innanzitutto si deve fare cassa per rispondere all'esigenza dei mercati internazionali di fronteggiare una crisi causata dalle banche e cosa c'è di meglio che far pagare i dipendenti pubblici. Poi si deve ridurre in maniera drastica l'intervento pubblico in tutti i settori della società allo scopo di ridisegnare la fisionomia del Paese ad uso e consumo delle Banche e dell'elite finanziaria. In tutto ciò c'è l'attacco anche alla Ricerca Pubblica così come c'è l'attacco a tutti gli altri settori della Pubblica Amministrazione.

Ma questa manovra ci attacca prima di tutto come lavoratori perché "congela" i nostri salari, ci impedisce di andare in pensione, ci "rateizza" la liquidazione, ci mette a rischio licenziamento se siamo precari, ci “scippa” un'intera tornata contrattuale, che non recupereremo mai più. In poche parole, mina alle fondamenta il nostro tenore di vita.

Poi ci attacca come cittadini perché il Paese che ritroveremo una volta usciti dalla crisi, ammesso che se ne esca, sarà un Paese diverso nel quale i servizi fondamentali saranno privatizzati e ci costeranno molto di più di quando erano pubblici determinando un'ulteriore perdita indiretta di salario.

Un Paese nel quale lo stato sociale solidaristico che lo ha caratterizzato dal dopoguerra ad oggi sarà sostituito da una Pubblica Amministrazione ridotta nelle competenze ed esclusivamente al servizio delle imprese. Infine ci attacca come lavoratori della Ricerca perché con la soppressione degli enti e il taglio ai bilanci non sappiamo se la ricerca pubblica esisterà ancora e potremmo ritrovarci a fare un mestiere che non è il nostro al servizio di interessi diversi da quelli collettivi.

E allora la manovra va rispedita al mittente perché hanno sbagliato indirizzo! Non siamo noi i responsabili e non intendiamo pagare! Neanche se i "sacrifici fossero equamente suddivisi".

Noi siamo gli unici che con certezza pagano le tasse; siamo quelli a cui vengono chiesti sacrifici dal 1992; siamo coloro che, dall'introduzione dell'euro, hanno visto peggiorare costantemente la propria qualità della vita. E allora da oggi in poi dobbiamo essere anche quel blocco sociale che si oppone a questa manovra e a quelle che seguiranno.

Perché il Paese che vogliono loro non è quello che vogliamo noi. Perché noi vogliamo difendere la ricerca pubblica in quanto settore avanzato dello stato sociale.

Il primo grande segnale è stato dato sabato scorso con la manifestazione nazionale a Roma. Come lavoratori della Ricerca saremo in mobilitazione il 10 giugno con iniziative diffuse in tutti gli enti, ma soprattutto dovremo essere protagonisti dello sciopero del pubblico impiego di lunedì 14 giugno quando la Ricerca scenderà in piazza a Roma e a Milano con tutto il pubblico impiego contro l'attacco ai salari, alla ricerca pubblica, alla pubblica amministrazione e allo stato sociale.

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